Gardenia jasminoides (Gelsomino del Capo): Profilo Botanico

19 Min di Lettura
9 Riferimenti
Pubblicato il Aggiornato il

Il gelsomino del Capo (Gardenia jasminoides J.Ellis) è un arbusto sempreverde della famiglia delle Rubiacee, la stessa stirpe che comprende il caffè, la china e l’ipecacuana, e probabilmente il caso più noto di una pianta che ha conquistato l’Occidente con il profumo molto prima di essere compresa dalla botanica. I fiori bianchi e cerosi, solitari all’apice dei rami, sprigionano un aroma denso che si intensifica nel tardo pomeriggio e da solo riempie un intero giardino. È stato quell’odore, e non la foglia o il frutto, ad assicurare alla specie un posto stabile nel giardinaggio di clima temperato in quasi tutti i continenti.

Arbusto sempreverde di Gardenia jasminoides, delle Rubiacee, con fiori bianchi e cerosi solitari all'apice dei rami e intensamente profumati nel tardo pomeriggio.
Arbusto sempreverde delle Rubiacee con fiori bianchi e cerosi, solitari all'apice dei rami e intensamente profumati nel tardo pomeriggio.

L’areale nativo si trova dalla parte opposta del mondo rispetto al nome comune che la specie ha ricevuto in italiano e in inglese. Secondo Plants of the World Online, del Royal Botanic Gardens di Kew, la distribuzione originaria va dall’Himalaya orientale al centro e al sud della Cina, raggiunge l’Indocina e arriva al Giappone meridionale, sempre all’interno del bioma subtropicale. L’appellativo di gelsomino del Capo, ricalcato sull’inglese cape jasmine, conserva la memoria della rotta commerciale che portò le prime piante in Europa, con scalo al Capo di Buona Speranza, e non quella di una qualche origine africana.

Dal punto di vista morfologico l’interesse della specie sta meno nel fiore appariscente che nel frutto. Mentre la corolla dura pochi giorni e si sfalda in un crema giallastro, la bacca costoluta matura lentamente, assume un arancione intenso e resta attaccata all’arbusto per mesi, con il calice persistente che ne corona ancora l’apice. È quel frutto a sostenere la lunga storia economica della pianta in Asia orientale, dove i pigmenti che accumula riforniscono tintorie e cucine da secoli.

Tassonomia

Il nome accettato è Gardenia jasminoides J.Ellis, pubblicato nelle Philosophical Transactions of the Royal Society of London, volume 51, parte 2, pagina 935, nel 1761. La registrazione compare nell’International Plant Names Index con l’identificatore 751073-1, e Plants of the World Online conferma il binomio come accettato, con non meno di cinquantasei sinonimi associati, eredità di due secoli e mezzo di descrizioni parallele compiute da autori europei, giapponesi e taiwanesi che lavoravano su piante di coltivazione.

La classificazione completa, secondo l’ossatura tassonomica adottata da Kew, è la seguente:

  • Regno: Plantae
  • Divisione: Streptophyta
  • Classe: Equisetopsida
  • Sottoclasse: Magnoliidae
  • Ordine: Gentianales
  • Famiglia: Rubiaceae
  • Tribù: Gardenieae
  • Genere: Gardenia J.Ellis, 1761
  • Specie: Gardenia jasminoides J.Ellis, 1761

Il genere Gardenia riunisce più di un centinaio di specie accettate, distribuite nelle regioni tropicali e subtropicali di Africa, Asia, Australasia e isole del Pacifico. La tribù Gardenieae, cui appartiene, è tradizionalmente collocata nella sottofamiglia Ixoroideae, benché la delimitazione interna delle Rubiacee sia in corso di riorganizzazione da parte degli studi filogenetici molecolari fin dagli anni Duemila.

Sinonimi Omotipici

Fondati sullo stesso tipo nomenclaturale del nome di Ellis, tutti pubblicati come nomi superflui e perciò illegittimi:

  • Gardenia augusta Merr., Interpr. Herb. Amboin.: 485 (1917), nom. illeg. superfl.
  • Gardenia florida L., Sp. Pl., ed. 2: 305 (1762), nom. illeg. superfl.
  • Genipa florida Baill., Hist. Pl. 7: 307, 379 (1880), nom. illeg. superfl.

Sinonimi Eterotipici Principali

Fra i cinquantatré sinonimi eterotipici riconosciuti, quelli di più ampia circolazione nella letteratura orticola e floristica sono:

  • Gardenia grandiflora Lour., Fl. Cochinch.: 147 (1790)
  • Gardenia maruba Siebold ex Blume, Bijdr. Fl. Ned. Ind.: 1015 (1826)
  • Gardenia pictorum Hassk., Flora 28: 234 (1845)
  • Gardenia radicans Thunb., Gardenia: 11 (1780)
  • Jasminum capense Mill., Gard. Dict., ed. 8: n. 7 (1768)
  • Mussaenda chinensis Lour., Fl. Cochinch.: 152 (1790)
  • Varneria augusta L., Amoen. Acad. 4: 136, 138 (1759), genere non validamente pubblicato

Vale la pena notare che Gardenia augusta ha circolato per decenni come se fosse il nome corretto della specie, soprattutto nella letteratura australiana e nordamericana della seconda metà del Novecento, e compare tuttora su etichette di vivaio e in cataloghi commerciali. Si tratta di un nome superfluo, privo di priorità su quello di Ellis, e il suo uso è oggi considerato scorretto.

Etimologia del Binomio

Il nome generico rende omaggio ad Alexander Garden (1730-1791), medico e naturalista scozzese stabilitosi a Charleston, nella Carolina del Sud, assiduo corrispondente di Linneo e di John Ellis. La scelta fu però la seconda. Ellis intendeva chiamare il genere Warneria, in onore di Richard Warner, l’orticoltore inglese nel cui giardino era fiorito l’esemplare studiato, ma Warner rifiutò l’onore. Linneo, dal canto suo, aveva già impiegato la grafia Varneria nel 1759, senza valida pubblicazione generica, e pose il veto sulla proposta alternativa di Ellis per il nome Augusta. L’epiteto jasminoides significa simile al gelsomino, riferimento diretto al profumo e all’aspetto della corolla, sebbene le due piante appartengano a famiglie distinte e non siano parenti stretti.

Descrizione Morfologica

Arbusto sempreverde di taglia variabile, fra 0,3 e 3 metri di altezza a seconda della forma e delle condizioni di coltivazione, con ramificazione fitta fin dalla base e chioma arrotondata e compatta. I rami giovani sono cilindrici e puberuli, e diventano glabri e grigiastri con la lignificazione. Le forme striscianti, corrispondenti alla vecchia Gardenia radicans Thunb., non superano il mezzo metro e si allargano lateralmente, mentre gli esemplari vigorosi di forma tipica sorpassano con ampio margine l’altezza di una persona.

Foglie

  • Disposizione: opposte o riunite in verticilli di tre
  • Domazi: ciuffi di peli frequenti alle ascelle delle nervature, sulla pagina inferiore
  • Forma: oblungo-lanceolata, obovata, oblanceolata o ellittica, con apice acuto o acuminato e base cuneata
  • Lamina: da 3 a 25 centimetri di lunghezza per 1,5 a 8 centimetri di larghezza
  • Margine: intero
  • Nervature secondarie: da 8 a 15 paia, sporgenti sulla pagina inferiore
  • Picciolo: corto, fino a 0,5 centimetri, raramente 1 centimetro
  • Stipole: calittrate, saldate in una guaina cilindrica di 4-13 millimetri, fessa per circa tre quarti della lunghezza, carattere diagnostico delle Rubiacee
  • Tessitura e colore: cartacea o subcoriacea, verde scura e lucida sulla pagina superiore, più chiara e opaca su quella inferiore

Fiori

I fiori nascono solitari all’estremità dei rami, di rado alle ascelle superiori, e si aprono in successione nell’arco di diverse settimane. Ciascuno dura da due a quattro giorni, e il passaggio dal bianco puro al crema giallastro segna la fine dell’antesi con precisione quasi cronometrica.

  • Calice: tubuloso e costoluto, con 5-8 lobi lineari che raggiungono i 40 millimetri e permangono sul frutto
  • Corolla: bianca all’apertura, ipocrateriforme, con tubo cilindrico di 30-50 millimetri di lunghezza per 4-6 millimetri di diametro e fauce pelosa
  • Lobi della corolla: in genere 6, da 5 a 8 nelle forme selvatiche, obovati, di 15-40 millimetri per 6-28 millimetri, molto numerosi nelle forme doppie di coltivazione
  • Ovario: infero, uniloculare, con placentazione parietale
  • Profumo: intenso e dolce, con il massimo percepibile nel tardo pomeriggio e di notte
  • Stami: inseriti alla gola del tubo, con antere lineari subsessili

Frutti e Semi

  • Calice persistente: lobi lineari che restano eretti all’apice del frutto maturo
  • Colore: giallo o arancio giallastro a maturità, che scurisce con la disidratazione
  • Coste: da 5 a 9 creste longitudinali sporgenti, talvolta alate
  • Polpa: arancione e colorante, macchia con facilità le dita e i tessuti
  • Semi: numerosi, appiattiti e angolosi, immersi nella polpa
  • Tipo e dimensioni: bacca ovoide, subglobosa o ellissoide, di 1,5-7 centimetri di lunghezza per 1,2-2 centimetri di larghezza

Radice e Fusto

L’apparato radicale è fascicolato e superficiale, con la maggior parte delle radici assorbenti concentrata nei primi venti centimetri di suolo, assetto che spiega la sensibilità della specie tanto al ristagno idrico quanto al rapido disseccamento del substrato. Il fusto è legnoso, con corteccia liscia e bruna, e ricaccia con facilità dalla base dopo la potatura, il che sostiene la longevità degli esemplari coltivati. Le forme prostrate radicano ai nodi a contatto con il terreno, portamento che ha dato origine all’epiteto radicans.

Distribuzione e Habitat

La distribuzione nativa riconosciuta da Plants of the World Online comprende Cambogia, Cina centro-meridionale, Cina centro-settentrionale, Cina sud-orientale, Giappone, Hainan, Himalaya orientale, Laos, Taiwan, Thailandia e Vietnam. Si tratta dunque di una specie a largo ventaglio asiatico, con centro di diversità genetica nella Cina meridionale, dove le popolazioni selvatiche occupano la fascia a sud del fiume Azzurro e mostrano una variazione morfologica considerevole nelle dimensioni della foglia e del frutto.

Fuori da quest’area, Kew registra un’introduzione consolidata in Bangladesh, Comore, Corea, Isole Caroline, Isole della Società, Isole Marianne, Isole Marshall e Isole Tubuai. Il quadro è rivelatore: la specie si insedia soprattutto negli arcipelaghi tropicali e subtropicali umidi, dove la coltivazione ornamentale ha preceduto la fuga dai giardini. Non risulta alcun comportamento invasivo aggressivo in nessuno di quei territori, e l’espansione locale tende a restare nelle vicinanze delle zone abitate. In Brasile, dove è una delle piante ornamentali più diffuse nei giardini e lungo i marciapiedi, non esiste alcuna segnalazione di naturalizzazione.

L’habitat originario è costituito da versanti forestali umidi, margini di bosco, macchie di bambù, sponde di ruscelli e radure con suolo costantemente umido, ad altitudini che vanno dal livello del mare a circa 1.500 metri. Il clima preferito è quello subtropicale umido, con estati calde, inverni miti e precipitazioni ben distribuite, fra 1.000 e 2.000 millimetri annui. Il tratto edafico più rigido della specie è l’acidità: prospera su suoli acidi, ricchi di sostanza organica e ben drenati, e reagisce male ai substrati calcarei o con pH superiore a 7.

Coltivazione della Gardenia jasminoides

La propagazione commerciale avviene quasi interamente per talea semilegnosa, con talee di dieci-quindici centimetri prelevate a fine primavera e in estate, tenute sotto nebulizzazione e con riscaldamento basale. La radicazione richiede sei-otto settimane e guadagna uniformità con un ormone radicante. La margotta funziona bene per moltiplicare esemplari adulti di grandi dimensioni senza attendere la crescita delle piantine, mentre la semina, pur possibile, è lenta e disomogenea, con germinazione irregolare distribuita su trenta-sessanta giorni, motivo per cui resta confinata ai programmi di miglioramento genetico. Nelle regioni a suolo alcalino l’innesto su Gardenia thunbergia è una pratica vivaistica antica, adottata proprio per aggirare l’intolleranza del portinnesto originario al pH elevato.

Le esigenze colturali sono ben note e poco flessibili. La pianta chiede pieno sole nei climi temperati e ombra nelle ore più calde del pomeriggio nei climi tropicali, substrato acido fra pH 5,0 e 6,5, umidità costante senza ristagni e riparo dai venti secchi. Le notti fresche favoriscono la formazione dei boccioli, il che spiega la fioritura più generosa osservata nel sud e nel sud-est del Brasile rispetto alle regioni dalle notti calde. La caduta dei boccioli prima dell’apertura è il contrattempo più comune fra i giardinieri e deriva di solito da un’oscillazione termica brusca, da un’irrigazione irregolare o da uno spostamento della pianta durante la formazione dei fiori.

Il quadro sanitario si concentra su pochi problemi ricorrenti:

  • Acari: comuni in ambiente secco e riparato, provocano bronzatura e caduta precoce delle foglie
  • Clorosi ferrica: ingiallimento internervale delle foglie giovani su suolo alcalino, il disturbo fisiologico più frequente della specie
  • Cocciniglie: colonizzano la pagina inferiore delle foglie e le ascelle dei rami, e la loro escrezione zuccherina apre la strada ai funghi
  • Fumaggine: patina nera superficiale associata alla presenza di cocciniglie, afidi e mosche bianche
  • Marciume radicale: causato da funghi del suolo del genere Phytophthora in substrati compattati o zuppi d’acqua
  • Mosca bianca: infesta la pagina inferiore delle foglie in coltura protetta e negli impianti fitti

Fra le forme orticole più diffuse figurano ‘August Beauty’, a fioritura prolungata e di taglia media, ‘Chuck Hayes’, selezionata per la rusticità al freddo, ‘Kleim’s Hardy’, compatta e a fiore semplice, ‘Mystery’, a grandi fiori doppi, ‘Radicans’, nana e strisciante, e ‘Veitchii’, la più comune nella produzione in vaso. La raccolta dei frutti, quando è destinata all’estrazione del pigmento, avviene a fine autunno e in inverno, con i frutti ormai pienamente aranciati e ancora sodi sul ramo.

Fenologia

Nell’areale nativo la fioritura va da marzo a luglio, con picco fra aprile e giugno, e la fruttificazione si estende da maggio fino a febbraio dell’anno seguente, il che significa che fiori e frutti di annate successive convivono sullo stesso arbusto per buona parte dell’anno. Nell’emisfero australe il calendario si sposta alla primavera e all’estate, con l’apertura concentrata fra ottobre e marzo e la maturazione dei frutti nel corso dell’autunno e dell’inverno.

La biologia fiorale indica un’impollinazione notturna. La corolla bianca dal tubo stretto e lungo, l’antesi serotina e l’emissione di un aroma che si intensifica al calare della sera compongono il quadro classico dei fiori adattati alle falene a lunga spirotromba, sfingidi in primo luogo, anche se api e altri insetti diurni visitano i fiori appena schiusi in cerca di polline. La disseminazione naturale è attribuita agli uccelli frugivori, coerentemente con un frutto carnoso, colorato e persistente sul ramo per tutto l’inverno, per quanto le osservazioni sul campo restino scarse per una pianta che da tempo si moltiplica soprattutto per mano degli orticoltori. Le forme doppie di coltivazione, con gli stami convertiti in petali, sono in gran parte sterili e producono frutto di rado.

Specie Affini e Confusioni

All’interno del genere, tre specie compaiono di frequente accanto al gelsomino del Capo in collezioni e vivai. Gardenia thunbergia Thunb., del Sudafrica, si riconosce subito per il portamento arboreo, che può raggiungere i cinque metri, per il tubo fiorale ben più lungo e stretto e per il frutto legnoso e duro, che resta sulla pianta per anni. Gardenia taitensis DC., il tiaré del Pacifico meridionale e fiore emblematico di Tahiti, ha foglie più grandi e membranose e corolla a lobi larghi e piatti, sempre semplice. Gardenia volkensii K.Schum., delle savane africane, presenta portamento ramificato e contorto e frutti dalla scorza rigida, e non viene mai confusa con la specie asiatica da chi ha visto le due una accanto all’altra.

Fuori dal genere le confusioni sono più frequenti e più gravide di conseguenze:

  • Camellia japonica L. (Theaceae): le cultivar bianche a fiore doppio ricordano da lontano una gardenia, ma la camelia non ha profumo percepibile, le foglie hanno margine seghettato e l’ovario è supero
  • Jasminum sambac (L.) Aiton (Oleaceae): fiori bianchi altrettanto profumati, ma disposti in cime e non solitari, foglie sottili e non coriacee, portamento rampicante o sarmentoso
  • Tabernaemontana divaricata (L.) R.Br. ex Roem. & Schult. (Apocynaceae): la varietà a fiori doppi è il sosia più ingannevole nei giardini brasiliani, dove porta i nomi di jasmim-café e jasmim-leiteiro

La distinzione decisiva rispetto a Tabernaemontana è semplice e immediata: qualsiasi ramo o foglia spezzata trasuda un lattice bianco e latteo, del tutto assente nelle Rubiacee. Quel lattice, caratteristico delle Apocinacee, contiene alcaloidi e irrita la pelle e le mucose, ragione per cui distinguere le due piante non è una semplice curiosità di identificazione. I petali di Tabernaemontana sono inoltre leggermente ritorti, con aspetto di girandola, mentre quelli della gardenia si sovrappongono in una spirale regolare.

Fitochimica

Il profilo chimico di Gardenia jasminoides è dominato da due gruppi di composti concentrati nel frutto: gli iridoidi glicosidici e i carotenoidi idrosolubili. Fra gli iridoidi il geniposide è il maggioritario, accompagnato da gardenoside, acido geniposidico e shanziside, oltre alla genipina, aglicone liberato dall’idrolisi del geniposide. Fra i carotenoidi, la crocina e il suo aglicone crocetina rispondono del giallo arancio intenso della polpa, e sono esattamente gli stessi pigmenti che danno colore allo zafferano vero, ricavato dagli stimmi di Crocus sativus, pianta di famiglia del tutto diversa.

La distribuzione di questi composti nella pianta è disuguale. Iridoidi e carotenoidi si accumulano soprattutto nel pericarpo e nella polpa del frutto maturo, con tenori molto più bassi in foglie e rami. Le foglie concentrano triterpeni, fra cui l’acido ursolico, oltre a flavonoidi e acidi clorogenici. I fiori, dal canto loro, non contribuiscono al quadro pigmentario e costituiscono un capitolo a sé: l’olio essenziale florale riunisce acetato di benzile, alcol benzilico, cis-giasmone, linalolo e alfa-terpineolo, combinazione responsabile della firma olfattiva che la profumeria tenta di riprodurre dall’Ottocento, dato che l’estrazione diretta su scala industriale non si è mai rivelata praticabile.

La genipina possiede una proprietà chimica notevole e ben documentata: a contatto con amminoacidi primari e proteine reagisce formando pigmenti blu stabili. È quella reazione, e non un qualche pigmento preesistente, a stare dietro al colorante noto come blu di gardenia, impiegato nell’industria alimentare asiatica. Dallo stesso frutto escono dunque un giallo diretto e un blu ottenuto per reazione, il che fa della specie una fonte industriale di coloranti naturali particolarmente versatile.

Quanto alla sicurezza animale, il dato è oggettivo e appartiene al presente: la specie compare negli elenchi di piante tossiche per cani, gatti e cavalli tenuti dal centro antiveleni per animali dell’ASPCA, che indica geniposide e gardenoside come principi responsabili, con un quadro descritto di vomito lieve, diarrea e orticaria dopo l’ingestione.

Storia ed Etnobotanica

Il percorso documentario della specie comincia in Asia orientale molto prima di qualsiasi registrazione europea. I frutti secchi compaiono con il nome zhi zi (栀子) nelle compilazioni cinesi di materia medica almeno dal I secolo, con una menzione nello Shennong Bencao Jing, e rimasero catalogati nelle farmacopee imperiali lungo i due millenni successivi. In parallelo, e con documentazione altrettanto antica, il frutto fu impiegato come fonte di colorante giallo dai tintori cinesi, che se ne servivano per tingere tessuti di seta e cotone.

In Giappone, dove la pianta si chiama kuchinashi, quello stesso frutto è entrato in cucina e vi è rimasto. La polpa serve a colorare preparazioni tradizionali come il kuri kinton, dolce di castagne del capodanno, e il takuan, conserva di ravanello, oltre a riso e paste. L’uso alimentare è sopravvissuto all’industrializzazione e oggi sostiene coltivazioni commerciali in Cina e in Giappone dedicate all’estrazione di pigmento per l’industria alimentare e cosmetica.

L’arrivo della specie in Europa avvenne intorno alla prima metà del Settecento, lungo le rotte delle compagnie commerciali olandesi e inglesi che operavano fra l’Asia e l’Atlantico con scalo al Capo di Buona Speranza. Fu a partire da un esemplare coltivato in Inghilterra che John Ellis sezionò il fiore, si accorse che la pianta non aveva parentela con i veri gelsomini e propose, nel 1761, il genere che oggi porta il nome di Alexander Garden. Nei decenni successivi la gardenia divenne simbolo di status nell’orticoltura da serra europea, e nell’Ottocento attraversò l’Atlantico per stabilirsi nei giardini del sud degli Stati Uniti, dove fu coltivata su larga scala nelle tenute della Carolina del Sud, della Georgia e della Louisiana.

Già nel Novecento il fiore guadagnò una seconda vita culturale come ornamento personale. Servì da fiore all’occhiello degli abiti formali maschili fino agli anni Cinquanta e rimase legato in modo indelebile alla cantante Billie Holiday, che lo portava fermato tra i capelli durante le esibizioni, al punto che la gardenia divenne parte della sua identità visiva pubblica.

Conservazione

La specie non dispone di una valutazione globale pubblicata nella Lista Rossa IUCN, e la consultazione della banca dati non restituisce alcuna scheda per il binomio, situazione che la colloca formalmente nella condizione di Non Valutata (NE). Non compare neppure in alcuna appendice CITES, sicché non esiste restrizione internazionale al commercio di esemplari, semi o frutti.

L’assenza di valutazione non indica di per sé una situazione preoccupante. La specie ha una distribuzione nativa ampia, è presente in diversi paesi asiatici ed è coltivata su scala industriale in Cina, Giappone e Corea per la produzione di pigmento, oltre a essere una delle piante ornamentali più moltiplicate al mondo nei vivai commerciali. Questa combinazione rende la sua persistenza praticamente indipendente dal destino delle popolazioni selvatiche, che affrontano le consuete pressioni di conversione dell’habitat nella Cina meridionale. La conservazione ex situ è solida e passiva: le collezioni degli orti botanici, le banche di germoplasma delle istituzioni agronomiche asiatiche e la scala stessa della coltivazione ornamentale assolvono al compito.

Il contrasto con altre specie del genere è però severo. Diverse Gardenia insulari hanno una distribuzione naturalmente minuscola e una situazione critica, in primo luogo Gardenia brighamii H.Mann, endemica delle Hawaii e ridotta a poche decine di individui selvatici, dipendente da impianti di rinforzo e dalla protezione dagli erbivori introdotti. Il comodo margine del gelsomino del Capo, dunque, non si estende al genere che esso rappresenta nell’immaginario popolare.

Curiosità

  • Il nome giapponese kuchinashi significa letteralmente senza bocca, allusione al frutto che matura senza aprirsi, al contrario delle capsule deiscenti che liberano i semi attraverso fessure.
  • Il sinonimo Jasminum capense Mill., del 1768, e il nome comune inglese cape jasmine registrano la rotta commerciale, non l’origine: le prime piante giunsero in Europa su navi che facevano scalo al Capo di Buona Speranza, e a lungo si credette che la specie fosse africana.
  • La crocina del frutto della gardenia è lo stesso pigmento degli stimmi dello zafferano, il che fa del frutto una fonte industriale assai più economica della medesima molecola colorante, pur senza l’aroma caratteristico della spezia.
  • Il profumo di gardenia venduto in profumeria è quasi sempre una ricostruzione sintetica. Il fiore non rende olio essenziale in quantità economicamente sostenibile, e l’industria lavora con accordi costruiti a partire da acetato di benzile, linalolo e altre molecole individuate nell’analisi dell’aroma naturale.
  • Ellis fu a un passo dal battezzare il genere Warneria, in onore del proprietario della pianta che aveva studiato. Il rifiuto dell’interessato ha dato al mondo il nome che è rimasto, tratto da un naturalista scozzese che viveva dall’altra parte dell’Atlantico e che probabilmente non vide mai la specie viva.

Avviso: questo contenuto è informativo e non sostituisce il parere di un professionista sanitario. Consultare un medico o un fitoterapeuta prima di usare piante medicinali, soprattutto in gravidanza, durante l’allattamento o in caso di assunzione di farmaci.

Riferimenti e Studi Scientifici

9 Riferimenti Citati

Basato su 9 riferimenti citati (9 Complementari).

Vedi Tutti i 9 Riferimenti Citati
  1. ASPCA Animal Poison Control Center. Toxic and Non-Toxic Plant List: Gardenia jasminoides. American Society for the Prevention of Cruelty to Animals. Disponibile su ↗
  2. Ellis, J. An account of the plants Halesia and Gardenia. Philosophical Transactions of the Royal Society of London, 51(2): 929-935, 1761.
  3. 1993 Iwatsuki, K., Yamazaki, T., Boufford, D. E. & Ohba, H. (a cura di). Flora of Japan IIIa: 1-482. Kodansha, Tokyo, 1993.
  4. POWO. Gardenia jasminoides J.Ellis. Plants of the World Online, Royal Botanic Gardens, Kew. Disponibile su ↗
  5. The International Plant Names Index. Gardenia jasminoides J.Ellis, registrazione 751073-1. Disponibile su ↗
  6. 2026 The IUCN Red List of Threatened Species. Ricerca del nome Gardenia jasminoides, senza scheda di valutazione globale pubblicata alla data di agosto 2026. Disponibile su https://www.iucnredlist.org/search?query=Gardenia jasminoides
  7. Thunberg, C. P. Gardenia: 1-19. Dissertazione presentata all’Università di Uppsala, 1780.
  8. 2011 Wu, Z., Raven, P. H. & Hong, D. (a cura di). Flora of China, vol. 19: Rubiaceae, 1-884. Science Press, Pechino, e Missouri Botanical Garden Press, St. Louis, 2011.
  9. 2017 Xiao, W., Li, S., Wang, S. & Ho, C. T. Chemistry of Gardenia jasminoides Ellis. Journal of Food and Drug Analysis, 25(1): 43-61, 2017.
La qualità della traduzione di questo articolo è soddisfacente?
Cosa ne pensi di questo articolo?
Valutazione media: -
Aggiornato il

Il gelsomino del Capo (Gardenia jasminoides): tassonomia, morfologia, habitat, coltivazione, fitochimica e storia di questo arbusto della famiglia Rubiaceae.

Natugreens

Natugreens

Herbs and Medicinal Teas

Il Team Editoriale di Natugreens riunisce professionisti multidisciplinari con esperienza in ricerca, nutrizione e comunicazione scientifica. La nostra missione è offrire contenuti chiari, responsabili e basati su evidenze. Ogni pubblicazione passa attraverso curatela e revisione editoriale. Così, garantiamo coerenza, accuratezza e trasparenza.