La pitanga, Eugenia uniflora L., nota anche come ciliegia del Suriname, occupa una posizione insolita tra gli alberi da frutto sudamericani: è selvatica, domestica e urbana allo stesso tempo. Cresce spontanea nelle restinghe costiere e ai margini della foresta del Brasile orientale, compare nei cortili di quasi tutto il paese ed è stata piantata come siepe nelle città dal clima caldo di mezzo mondo. L’areale nativo copre il Brasile orientale e meridionale, l’Uruguay, il Paraguay, la Bolivia e l’Argentina settentrionale.

La famiglia delle Myrtaceae riunisce parenti assai noti, tra cui il guavo, la jabuticaba e gli eucalipti, e la pitanga mostra tutti i segni distintivi del gruppo: foglie opposte con punteggiature ghiandolari traslucide, fiori bianchi dagli stami numerosi e corteccia che si stacca in placche sottili. Ciò che la separa a colpo d’occhio da qualsiasi parente è il frutto, una bacca appiattita percorsa da sette a dieci solchi longitudinali profondi che le danno il profilo di una zucca in miniatura.
Il genere Eugenia è uno dei più ampi tra le angiosperme, con oltre mille specie accettate e una forte concentrazione in territorio brasiliano. Al suo interno, Eugenia uniflora è la specie più studiata e la più diffusa fuori dall’areale d’origine, il che le ha valso un duplice statuto: albero da frutto apprezzato negli orti familiari e pianta invasiva dichiarata nelle isole e nelle regioni tropicali dove è stata introdotta. Questa scheda descrive la specie dal punto di vista botanico, dalla nomenclatura formale alla situazione di conservazione.
Tassonomia
Il binomio Eugenia uniflora L. fu pubblicato da Linneo in Species Plantarum, pagina 470, nel 1753, e resta accettato. Il nome corrisponde alla scheda 596263-1 dell’International Plant Names Index, e Plants of the World Online, del Royal Botanic Gardens di Kew, lo mantiene come nome accettato all’interno delle Myrtaceae. La classificazione completa è riportata qui sotto.
- Regno: Plantae
- Clade: Angiosperme
- Clade: Eudicotiledoni
- Clade: Rosidi
- Ordine: Myrtales
- Famiglia: Myrtaceae Juss.
- Sottofamiglia: Myrtoideae
- Tribù: Myrteae
- Genere: Eugenia P.Micheli ex L.
- Specie: Eugenia uniflora L., 1753
La sinonimia della specie è voluminosa, con circa quarantasei nomi registrati in Plants of the World Online. L’accumulo ha due cause combinate: l’ampia variazione di colore, dimensione e forma dei frutti tra le popolazioni, che portò i botanici dell’Ottocento a descrivere varianti locali come specie distinte, e la circolazione di materiale coltivato lontano dall’areale nativo, che generò descrizioni indipendenti in Asia e nel Pacifico. I sinonimi più citati in letteratura compaiono di seguito, in ordine alfabetico.
- Eugenia arechavaletae Herter
- Eugenia costata Cambess.
- Eugenia dasyblasta (O.Berg) Nied.
- Eugenia michelii Lam.
- Eugenia myrtifolia Salisb.
- Eugenia oblongifolia (O.Berg) Nied.
- Myrtus brasiliana L.
- Myrtus willdenowii Spreng.
- Plinia petiolata L.
- Stenocalyx costatus (Cambess.) O.Berg
- Stenocalyx michelii (Lam.) O.Berg
- Stenocalyx uniflorus (L.) Kausel, unico sinonimo omotipico dell’elenco
Quanto all’etimologia, il nome generico Eugenia fu coniato in omaggio a Eugenio di Savoia (1663 a 1736), militare e mecenate che finanziò giardini e collezioni botaniche a Vienna. L’epiteto uniflora nasce dal latino unus, uno, con flos, fiore, e descrive i fiori nati isolati all’ascella delle foglie, anche se nella pratica compaiono spesso a coppie o in piccoli gruppi. Il nome popolare pitanga è di origine tupi e rimanda al colore rosso del frutto maturo.
Descrizione Morfologica
Arbusto o piccolo albero sempreverde, alto da 3 a 10 metri nella maggior parte delle popolazioni, fino a 12 metri negli esemplari vecchi di foresta chiusa. La chioma è densa e arrotondata, con ramificazione bassa e rami sottili e flessibili, carattere che spiega l’impiego frequente della specie nelle siepi e nell’arte topiaria. La crescita è da lenta a moderata, e gli alberi adulti restano produttivi per diversi decenni.
Foglie
Le foglie sono semplici, opposte e decussate, con lamina da ovata a ovato-lanceolata, apice brevemente acuminato e base da ottusa a subcordata. Misurano da 2,5 a 6 centimetri di lunghezza per 1,5 a 3,5 centimetri di larghezza, sono glabre e di consistenza cartacea o lievemente coriacea, con la faccia superiore verde scuro e lucida. Il picciolo è molto corto, di 2 a 4 millimetri. In controluce si notano punteggiature ghiandolari traslucide su tutta la lamina, cavità che immagazzinano olio essenziale e liberano un aroma resinoso quando la foglia viene stropicciata. I germogli nuovi spuntano rossastri o bronzati prima di rinverdire, un carattere utile al riconoscimento sul campo.
Fiori
I fiori sono ermafroditi, bianchi e delicati, di 1 o 1,5 centimetri di diametro, disposti isolati oppure in gruppi di due o quattro all’ascella delle foglie, su peduncoli sottili di 1 o 2 centimetri. Il calice ha quattro sepali persistenti, che restano all’apice del frutto fino alla maturazione, e la corolla ha quattro petali liberi, obovati e unguicolati, di 8 a 12 millimetri. L’androceo riunisce da cinquanta a sessanta stami dai filamenti lunghi e bianchi, con antere gialle, un insieme che dà al fiore l’aspetto di un piccolo pennello. Lo stilo è unico e l’ovario è infero, con due logge.
Frutti e Semi
Il frutto è una bacca globosa appiattita di 1,5 a 3 centimetri di diametro, percorsa da sette a dieci coste longitudinali ben marcate, con il calice persistente a coronarne l’apice. Il colore passa dal verde al giallo, all’arancio e al rosso, e in alcune popolazioni prosegue fino al porpora quasi nero, variazione legata ai tenori relativi di antociani e carotenoidi. La polpa è succosa e fondente, di sapore agrodolce con un fondo resinoso caratteristico. Ogni frutto custodisce uno o due semi da sferici a ellissoidali, di 5 a 10 millimetri, avvolti in tessuto resinoso. I semi sono recalcitranti, vale a dire che non tollerano né l’essiccazione né una conservazione prolungata, e perdono vitalità in poche settimane dopo la raccolta.
Radice e Fusto
L’apparato radicale è fittonante nelle piante giovani e diventa prevalentemente laterale e fascicolato con l’età, concentrato nel primo o nel secondo metro di suolo. Il tronco è eretto, di norma unico, con 15 a 30 centimetri di diametro negli alberi adulti. La corteccia esterna è liscia e bruno-grigiastra negli esemplari giovani e col tempo comincia a staccarsi in placche sottili e irregolari, mettendo in vista chiazze più chiare. Questa sfaldatura è comune nelle Myrtaceae e aiuta a collocare la specie nella famiglia ancor prima che compaiano fiori o frutti.
Distribuzione e Habitat della Pitanga
La distribuzione nativa di Eugenia uniflora abbraccia il settore orientale e meridionale del Sud America, con segnalazioni nel Nordeste, nel Sudeste e nel Sud del Brasile, in Bolivia, nel nord-est e nel nord-ovest dell’Argentina, in Paraguay e in Uruguay. In territorio brasiliano la specie è legata soprattutto alla Foresta Atlantica, con forte presenza nelle restinghe e nelle foreste stagionali, e raggiunge aree di Cerrado e di transizione. È pianta di sottobosco e di margine, tollerante all’ombreggiamento parziale, benché fruttifichi molto meglio in pieno sole.
Sul piano climatico, la specie prospera nella fascia tropicale e subtropicale umida, tra il livello del mare e circa 1.500 metri di quota, con precipitazioni annue di 800 a 1.500 millimetri. Una volta insediata sopporta siccità moderate e resiste a gelate leggere e brevi, ma freddi intensi e prolungati danneggiano il fogliame e i rami giovani. Quanto al suolo, si adatta bene ai substrati sabbiosi e ai terreni di media fertilità, purché drenati, e predilige una reazione da leggermente acida a neutra.
Fuori dall’areale nativo, la pitanga fu portata praticamente in tutte le regioni tropicali e subtropicali del pianeta a partire dal periodo coloniale, dapprima come frutto da cortile e poi come ornamentale da siepe. In parecchie di quelle regioni è sfuggita alla coltivazione e si è naturalizzata. La Global Invasive Species Database e i servizi ambientali locali registrano popolazioni invasive alle Hawaii, in Florida, alle Bermude, in Australia, in Sudafrica e nelle Antille, dove la specie forma macchie dense, riduce la luce che raggiunge il suolo forestale e scalza la vegetazione nativa. Questa capacità di dominare il sottobosco nasce dalla combinazione di fruttificazione abbondante, disseminazione efficiente da parte degli uccelli e tolleranza ai suoli poveri.
Coltivazione
La propagazione per seme resta il metodo più impiegato, tanto in vivaio quanto nella produzione domestica. Poiché i semi sono recalcitranti, vanno liberati dalla polpa, lavati e seminati in tempi brevi, preferibilmente entro due o quattro settimane dalla raccolta, pena un calo marcato della germinazione. In queste condizioni l’emergenza avviene tra i trenta e i sessanta giorni, con tassi elevati. La propagazione vegetativa è più ardua: la talea dà una radicazione scarsa e irregolare anche con l’uso di fitoregolatori, e la margotta funziona meglio su rami di piante adulte. Per fissare i caratteri del frutto, l’innesto a marza o a gemma su portinnesti della stessa specie è la via più affidabile, e anticipa la produzione a due o tre anni, contro i quattro o sei anni delle piante da seme.
Negli impianti condotti, il sesto abituale varia da 4 a 6 metri tra le piante, il che corrisponde a un valore compreso tra 280 e 625 alberi per ettaro. La specie risponde bene all’apporto di sostanza organica all’impianto e a concimazioni equilibrate lungo il ciclo. L’irrigazione è decisiva solo nella fase di attecchimento e nei periodi di fioritura e ingrossamento del frutto. La potatura di formazione definisce la chioma nei primi anni, e potature leggere annuali mantengono l’altezza in una fascia compatibile con la raccolta manuale, pratica comune quando la pianta è allevata come arbusto di 2 a 4 metri.
Tra i parassiti, la mosca sudamericana della frutta, Anastrepha fraterculus, è il principale limite per il mercato del frutto fresco, affiancata da Ceratitis capitata in alcune regioni. Cocciniglie e afidi attaccano rami e germogli nuovi, con danno di norma moderato. Tra le malattie, l’antracnosi causata da Colletotrichum gloeosporioides produce macchie su foglie e frutti nei periodi umidi, e i vivai possono soffrire di marciumi delle piantine. La raccolta è manuale e si esegue frutto per frutto, perché la polpa è fragile e la maturazione è disomogenea sulla stessa pianta. Il frutto maturo è altamente deperibile e richiede lavorazione o congelamento entro uno o due giorni, condizione che spiega perché la maggior parte della produzione commerciale brasiliana finisca in polpa congelata anziché sul mercato del fresco.
Fenologia
La pitanga presenta fioritura di massa a livello di popolazione, con picchi definiti e forte sincronia tra individui vicini. Nelle regioni tropicali del Brasile si contano da due a quattro fioriture all’anno, spesso legate al passaggio dalla stagione secca all’inizio delle piogge, mentre nelle aree subtropicali del Sud il ritmo è stagionale e concentrato in primavera. Ogni fiore è effimero: si apre all’inizio della giornata, in sincronia con gli altri, e appassisce nel tardo pomeriggio, così che la finestra di impollinazione di un singolo fiore si riduce a poche ore.
L’impollinazione è entomofila. Apis mellifera è la visitatrice più assidua e la principale impollinatrice nelle popolazioni studiate, poiché arriva subito all’inizio dell’antesi e tocca androceo e stigma nella stessa visita, ma partecipano anche api native senza pungiglione e ditteri. L’intervallo tra impollinazione e frutto maturo è breve per un albero, da trenta a sessanta giorni, il che consente più raccolti annuali e spiega l’impressione che la pitanga sia sempre carica.
La disseminazione è zoocora, con predominio degli uccelli. Tordi, bentevi, tangare e altri frugivori di media taglia consumano i frutti interi e depositano i semi lontano dalla pianta madre, mentre i piccoli mammiferi completano il servizio su scala minore. La stessa efficienza di disseminazione sostiene il comportamento invasivo della specie nelle regioni dove è stata introdotta.
Specie Affini e Confusioni
Il genere Eugenia concentra in Brasile alcune centinaia di specie, e parecchie di esse producono frutti commestibili che circolano con nomi popolari simili. La grumixama, Eugenia brasiliensis Lam., anch’essa della Foresta Atlantica, ha frutto arrotondato, liscio, privo di coste, di colore vinaccia o quasi nero. La ciliegia del Rio Grande, Eugenia involucrata DC., del Sud del Brasile, produce una bacca rossa liscia e allungata, con brattee cospicue alla base del fiore. L’uvaia, Eugenia pyriformis Cambess., dà frutto giallo, piriforme e vellutato. La cagaita, Eugenia dysenterica DC., tipica del Cerrado, ha frutto giallo e appiattito, con solchi poco profondi che a volte traggono in inganno chi ne ha visto solo fotografie. In tutti questi casi, la presenza di sette a dieci coste profonde e regolari, unita ai sepali persistenti all’apice, identifica la pitanga con sicurezza.
Esistono anche confusioni che nascono dalla nomenclatura e non dalla morfologia. Nomi come Eugenia caryophyllata ed Eugenia jambolana compaiono ancora nei testi antichi, ma corrispondono a specie oggi classificate nel genere Syzygium, asiatico e africano, che non hanno rapporto diretto con la pitanga oltre alla parentela di famiglia. In inglese, l’etichetta Brazilian cherry designa tanto il frutto della pitanga quanto il legno di Hymenaea courbaril, pianta di tutt’altra famiglia, il che genera equivoci nei cataloghi commerciali. Vale inoltre l’avvertenza che Myrtaceae ornamentali dal frutto rosso, coltivate nei giardini, possono passare per pitanga a distanza, e il controllo del frutto costoluto risolve il dubbio.
Fitochimica
Il profilo chimico della specie è ben documentato e differisce nettamente tra gli organi. Nei frutti maturi predominano pigmenti di due gruppi: gli antociani, con cianidina-3-glucoside e delfinidina-3-glucoside tra i più abbondanti nelle popolazioni a frutto rosso e porpora, e i carotenoidi, con licopene, beta-carotene e gamma-carotene. Li accompagnano zuccheri semplici, soprattutto fruttosio e glucosio, acidi organici come il citrico e il malico, acido ascorbico con tenori assai variabili tra le popolazioni e una frazione volatile responsabile dell’aroma, nella quale figurano cariofillene, germacrene D, selina-1,3,7-triene, alfa-pinene e beta-elemene.
Le foglie concentrano un insieme diverso. L’olio essenziale, estratto con una resa di circa 1 o 3 per cento, è dominato da sesquiterpeni, con in primo piano curzerene, selina-1,3,7-triene, germacrene D e cariofillene, oltre a monoterpeni come alfa-pinene, beta-pinene e limonene. La frazione non volatile riunisce tannini idrolizzabili in quantità elevata, acidi fenolici come il gallico e l’ellagico, flavonoli glicosilati del tipo miricitrina e quercitrina e triterpeni pentaciclici, tra cui gli acidi betulinico, oleanolico e ursolico. Corteccia e rami accumulano tannini in proporzione paragonabile a quella delle foglie.
I semi meritano un’osservazione a parte per una questione di sicurezza, non di composizione in sé: concentrano composti resinosi, non sono commestibili e vengono scartati insieme alla polpa che vi aderisce. Le segnalazioni veterinarie associano l’ingestione di frutti interi con i semi da parte dei cani a disturbi gastrointestinali. Non esiste una valutazione tossicologica formale della specie per gli animali da compagnia, per cui lo stato delle conoscenze su questo punto resta indefinito.
Storia ed Etnobotanica
La pitanga entrò nella letteratura europea nel 1648, quando Georg Marcgrave e Willem Piso descrissero piante brasiliane nella Historia Naturalis Brasiliae, opera nata dalla spedizione olandese a Pernambuco. Fu sulla base di registrazioni di questo tipo che Linneo formalizzò il binomio nel 1753. Il nome popolare, tuttavia, è ben anteriore a qualsiasi descrizione scientifica: viene dal tupi e circolava tra i popoli che occupavano il litorale atlantico molto prima dell’arrivo degli europei, popoli che consumavano i frutti raccolti direttamente nella foresta.
Cronisti e viaggiatori del Settecento e dell’Ottocento annotarono la presenza della pianta nei campi coltivati e nei dintorni dei villaggi lungo tutto il litorale brasiliano, e registrarono una curiosa usanza domestica: nei giorni di festa si spargevano foglie di pitanga sul pavimento delle case, in modo che il calpestio liberasse l’aroma resinoso nell’ambiente. Le comunità rurali del Sud del paese mantennero l’abitudine di piantare la specie come siepe attorno agli orti, sfruttando la ramificazione bassa e la risposta alla potatura. I navigatori portoghesi portarono semi nelle colonie d’Asia e d’Africa già in epoca coloniale, e a partire dall’Ottocento la pianta si diffuse nelle Antille, nel Pacifico e in Florida, dove fu promossa come siepe ornamentale prima di diventare un problema ambientale.
Conservazione
La specie è stata valutata per la Lista Rossa dell’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura nel 2020, con pubblicazione nel 2021, e ha ricevuto la categoria Minor Preoccupazione, o LC nella sigla originale. La motivazione riunisce l’ampia distribuzione in Sud America, la presenza in habitat diversi, comprese le aree disturbate, e l’insediamento consolidato in coltivazione. La specie non compare nelle appendici della Convenzione sul commercio internazionale delle specie di fauna e flora selvatiche minacciate di estinzione, per cui non si applica alcuna restrizione al commercio internazionale.
Questo non significa assenza di pressione. Le popolazioni selvatiche si concentrano nella Foresta Atlantica, bioma che ha perduto gran parte della copertura originaria e resta frammentato, il che riduce il flusso genico tra sottopopolazioni e minaccia la diversità genetica accumulata nelle varianti locali. Le collezioni di germoplasma rispondono in parte a questo rischio: la collezione dell’Empresa Pernambucana de Pesquisa Agropecuária, presso la Stazione Sperimentale di Itambé, riunisce decine di accessioni, e gli istituti di ricerca brasiliani mantengono banche con materiale di provenienze diverse. Fuori dal Sud America il problema di conservazione si rovescia, e la pitanga compare invece nei programmi di controllo delle specie invasive.
Curiosità
- Linneo battezzò due volte la stessa pianta. Oltre a Eugenia uniflora, pubblicò Myrtus brasiliana, nome oggi trattato come sinonimo eterotipico della specie.
- Ogni fiore vive un solo giorno. Si apre al mattino in sincronia con i vicini e appassisce nel pomeriggio stesso, il che concentra tutta l’attività di impollinazione in poche ore.
- L’epiteto uniflora è, in una certa misura, una svista dell’autore stesso. La specie produce fiori a coppie o in gruppi fino a quattro con notevole frequenza.
- Dal punto di vista citogenetico la specie è diploide, con 2n uguale a 22 cromosomi, e possiede un genoma piccolo, il che ne ha fatto un modello comodo negli studi genomici sulle Myrtaceae neotropicali.
- La stessa caratteristica che la rende preziosa come siepe, vale a dire la ramificazione bassa e densa unita al ricaccio vigoroso dopo la potatura, è quella che la rende difficile da eradicare nelle regioni dove si comporta da invasiva.
Avviso: questo contenuto è informativo e non sostituisce il parere di un professionista sanitario. Consultare un medico o un fitoterapeuta prima di usare piante medicinali, soprattutto in gravidanza, durante l’allattamento o in caso di assunzione di farmaci.
Riferimenti e Studi Scientifici
Vedi Tutti i 8 Riferimenti Citati
Studi Scientifici Peer-Reviewed (1)
- DOI2020 IUCN Red List of Threatened Species. Eugenia uniflora. Valutazione del 2020, pubblicata nel 2021. ↗
Letture Complementari (7)
- Plants of the World Online. Eugenia uniflora L. Royal Botanic Gardens, Kew. ↗
- International Plant Names Index. Eugenia uniflora L., Sp. Pl.: 470 (1753). Scheda 596263-1. ↗
- Flora e Funga do Brasil. Eugenia uniflora L. Orto botanico di Rio de Janeiro. ↗
- World Flora Online. Eugenia uniflora L. Scheda wfo-0000959411. ↗
- Global Invasive Species Database. Eugenia uniflora. Invasive Species Specialist Group, IUCN. ↗
- Embrapa. Pitanga, Eugenia uniflora. In: Espécies Nativas da Flora Brasileira de Valor Econômico Atual ou Potencial, capitolo dedicato alle piante alimentari. ↗
- Linneo, C. Species Plantarum. Stoccolma, 1753. ↗
