La moringa (Moringa oleifera Lam.) è un albero deciduo di taglia piccola o media e la specie più coltivata di una famiglia botanica ristretta e piuttosto singolare, le Moringaceae, che riunisce tredici specie accettate distribuite fra il subcontinente indiano, la penisola arabica, il Corno d’Africa, il Madagascar e l’Africa sudoccidentale. Secondo Plants of the World Online, del Royal Botanic Gardens di Kew, l’areale nativo della specie risulta sorprendentemente ristretto per un albero oggi tanto onnipresente: il nord-est del Pakistan e il nord-ovest dell’India, nella fascia subhimalayana dove prevale il bioma tropicale stagionalmente secco. Tutto il resto, dai Caraibi alla Polinesia, è territorio di introduzione. La moringa non si è diffusa da sola; è stata portata.
Ciò che rende notevole la specie dal punto di vista botanico non è soltanto quell’espansione. La moringa unisce un insieme di caratteri poco frequenti fra gli alberi tropicali coltivati: foglie composte due o tre volte pennate, dall’aspetto quasi di felce, fiori bianchi zigomorfi disposti in pannocchie pendule e un frutto capsulare allungato e profondamente costolato che può superare il mezzo metro di lunghezza. I semi, globosi e muniti di tre ali membranose, costituiscono una delle firme diagnostiche più affidabili del genere. L’albero cresce con una rapidità insolita, raggiunge diversi metri già nel primo anno e sopporta siccità prolungate grazie a una radice fittonante profonda.
C’è poi una parentela che di solito sorprende chi vede l’albero per la prima volta. Le Moringaceae rientrano nell’ordine delle Brassicales, lo stesso della senape, del cavolo e del nasturzio, e la moringa ha ereditato da quella linea la via metabolica dei glucosinolati, responsabile dell’odore pungente che radice e corteccia liberano al taglio. Da quella pungenza deriva uno dei nomi inglesi della specie, horseradish tree, in allusione al rafano europeo (Armoracia rusticana). Il paragone è più preciso di quanto sembri: il rafano appartiene alle Brassicaceae, famiglia vicina all’interno dello stesso ordine, e le due piante si difendono con la stessa classe di composti, benché una sia un’erba di clima temperato e l’altra un albero di terra calda e arida.
Tassonomia
Il nome accettato è Moringa oleifera Lam., pubblicato da Jean-Baptiste de Lamarck nell’Encyclopédie Méthodique, Botanique, volume 1, pagina 398, nel 1785. Plants of the World Online registra il binomio come accettato e riconosce diciotto sinonimi per la specie, eredità di una lunga storia nomenclaturale iniziata prima ancora della creazione del genere.
La classificazione completa, seguendo l’impianto tassonomico adottato da Kew, è la seguente:
- Regno: Plantae
- Divisione: Streptophyta
- Classe: Equisetopsida
- Sottoclasse: Magnoliidae
- Ordine: Brassicales
- Famiglia: Moringaceae
- Genere: Moringa Adans., 1763
- Specie: Moringa oleifera Lam., 1785
Le Moringaceae sono una famiglia monogenerica, vale a dire che tutto il loro contenuto rientra nel genere Moringa Adans., istituito da Michel Adanson nel 1763 nell’opera Familles des Plantes. Il genere comprende tredici specie accettate e quattro sinonimi generici: Alandina Neck., Anoma Lour., Donaldsonia Baker f. e Hyperanthera Forssk. Questi nomi circolarono ampiamente nell’Ottocento, e tanto Anoma quanto Hyperanthera arrivarono a ospitare la moringa stessa prima che la nomenclatura si stabilizzasse.
Sinonimi Omotipici
Fondati sullo stesso tipo nomenclaturale, quello del nome linneano Guilandina moringa L., che Lamarck avrebbe poi sostituito:
- Anoma moringa (L.) Lour., Fl. Cochinch.: 279 (1790)
- Guilandina moringa L., Sp. Pl.: 381 (1753)
- Hyperanthera moringa (L.) Vahl, Symb. Bot. 1: 30 (1790)
- Hyperanthera pterygosperma Oken, Allg. Naturgesch. 3(3): 1727 (1841), nom. illeg. superfl.
- Moringa moringa (L.) Millsp., Publ. Field Columb. Mus., Bot. Ser. 1: 490 (1902), non validamente pubblicato
- Moringa pterygosperma Gaertn., Fruct. Sem. Pl. 2: 314 (1791), nom. illeg. superfl.
Sinonimi Eterotipici
Nomi proposti a partire da altri tipi e in seguito riuniti sotto Moringa oleifera:
- Hyperanthera decandra Willd., Sp. Pl., ed. 4, 2: 535 (1799)
- Moringa amara Durin, Rev. Gén. Bot. 25: 469 (1913)
- Moringa domestica Buch.-Ham., Mem. Wern. Nat. Hist. Soc. 5: 371 (1826)
- Moringa edulis Medik., Theodora: 48 (1786)
- Moringa erecta Salisb., Prodr. Stirp. Chap. Allerton: 326 (1796)
- Moringa nux-eben Desf., Tabl. École Bot., ed. 3: 303 (1829)
- Moringa octogona Stokes, Bot. Mat. Med. 2: 466 (1812)
- Moringa parvifolia Noronha, Verh. Batav. Genootsch. Kunsten 5(4): 20 (1790), nom. nud.
- Moringa polygona DC., Prodr. 2: 478 (1825)
- Moringa robusta Bojer, Hortus Maurit.: 117 (1837)
- Moringa sylvestris Buch.-Ham., Mem. Wern. Nat. Hist. Soc. 5: 373 (1826)
- Moringa zeylanica Pers., Syn. Pl. 1: 461 (1805)
Due di questi nomi meritano l’attenzione di chi consulta la letteratura antica. Moringa pterygosperma Gaertn. circolò per decenni nei manuali agronomici e compare ancora in testi tecnici del Novecento, benché sia nome illegittimo superfluo fin dalla pubblicazione. Moringa zeylanica Pers. popolò le opere sulla flora di Ceylon e oggi figura come semplice sinonimo eterotipico.
Etimologia
Il nome generico Moringa è una latinizzazione del vernacolo dravidico dell’albero, attestato come murungai in tamil e muringa in malayalam, lingue dell’India meridionale dove la pianta veniva coltivata molto prima di qualsiasi descrizione europea. L’epiteto oleifera deriva dal latino oleum, olio, unito al verbo ferre, portare o produrre, e allude all’alta resa in olio fisso dei semi, noto nel commercio antico come olio di ben o olio di behen. Il basionimo Guilandina moringa, creato da Linneo nel 1753, rendeva invece omaggio al botanico prussiano Melchior Wieland, latinizzato Guilandinus, che diresse l’orto botanico di Padova nel Cinquecento.
Descrizione Morfologica
Albero deciduo di taglia piccola o media, in genere alto fra i 10 e i 12 metri e, in via eccezionale, fino a 15 metri su suoli profondi e in assenza di competizione. Il portamento è slanciato, con fusto unico ed eretto, ramificazione alta e chioma aperta, irregolare e poco densa, che lascia un’ombra rada e filtrata. La crescita iniziale è notevolmente rapida: gli esemplari nati da seme superano di solito i 3 o 4 metri nel primo anno. La longevità utile si colloca fra i 20 e i 30 anni, anche se individui isolati possono vivere assai più a lungo.
Foglie

Foglia composta tripennata di Moringa oleifera, con le foglioline obovate raggruppate a coppie lungo le pinne.
Le foglie sono il carattere più immediatamente riconoscibile della specie. Alterne e disposte a spirale lungo i rami, misurano da 30 a 70 centimetri di lunghezza complessiva e sono composte bipennate o tripennate, nella maggior parte degli individui divise tre volte di seguito, disposizione che conferisce all’insieme una leggerezza da fronda di felce rara fra gli alberi coltivati. Il rachide si presenta lievemente alato. Le foglioline terminali, ovate od obovate oppure oblunghe, sono piccole, lunghe 1 o 2 centimetri, disposte a coppie opposte, di un verde chiaro brillante sulla pagina superiore e più pallide su quella inferiore. In risposta a una siccità prolungata l’albero perde completamente le foglie e rivegeta con le prime piogge.
Fiori
I fiori si riuniscono in pannocchie ascellari pendule di 10-30 centimetri, lasse e assai vistose quando la fioritura è abbondante. Ogni fiore misura da 2 a 3 centimetri di diametro, è profumato e zigomorfo, con cinque petali liberi e disuguali di colore bianco o crema, spesso con sfumature giallastre alla base. L’androceo presenta cinque stami fertili alternati a cinque staminodi sterili, disposizione caratteristica della famiglia. L’ovario è supero, pubescente e sorretto da un ginoforo corto. Il profumo è dolciastro e discreto, e la produzione di nettare generosa, il che rende la specie una pianta mellifera di interesse apistico ovunque venga coltivata su scala.
Frutti e Semi

Capsule ancora verdi sospese fra il fogliame della chioma, mesi prima di scurirsi e aprirsi.
Il frutto è una capsula allungata e pendula, trivalve, che si apre per deiscenza longitudinale a maturità. Misura di norma da 20 a 60 centimetri di lunghezza, con cultivar selezionate che arrivano a 90 centimetri, e da 1 a 1,8 centimetri di diametro. La superficie è percorsa da nove coste longitudinali ben marcate, che danno al frutto la sagoma di una bacchetta da tamburo, immagine all’origine del nome inglese drumstick tree. Il colore passa dal verde vivo, in fase immatura, al bruno scuro a maturità, raggiunta 3-6 mesi dopo l’impollinazione.
Ogni capsula ospita da 12 a 35 semi globosi o ellissoidali, di 1-1,5 centimetri di diametro e di una massa individuale di pochi decimi di grammo. Il tegumento è bruno scuro e porta tre ali membranose dall’aspetto cartaceo, biancastre o traslucide, disposte longitudinalmente. Quelle ali sono un carattere diagnostico pressoché inequivocabile: nessuno degli alberi a foglia pennata con cui si confonde di solito la moringa produce un seme trialato simile. Il contenuto in olio fisso si colloca fra il 35 e il 40 per cento della massa secca.
Radice e Fusto
L’apparato radicale è fittonante e profondo, e arriva fino a 3 metri nei profili di suolo che lo consentono, caratteristica che spiega la notevole tolleranza della specie alle siccità lunghe. Nelle piante giovani la radice principale è spessa e tuberizzata, con odore e sapore marcatamente pungenti a causa dei glucosinolati, ed è proprio quella pungenza ad aver generato il paragone storico con il rafano. Il tronco misura di solito da 30 a 60 centimetri di diametro negli alberi adulti e sostiene una corteccia spugnosa e suberosa, biancastra o grigio chiara, con solchi longitudinali poco marcati, che essuda gomma chiara quando viene ferita e scurisce all’aria. Il legno è bianco, leggero, fibroso e di scarsa durabilità naturale, privo di valore da opera.
Distribuzione e Habitat
Plants of the World Online circoscrive la distribuzione nativa di Moringa oleifera al nord-est del Pakistan e al nord-ovest dell’India, regione di contrafforti e pianure adiacenti al sistema himalayano occidentale. Va segnalato che buona parte della letteratura agronomica descrive l’areale naturale in modo più ampio, includendo Nepal e Bangladesh, ma Kew tratta quei territori come areale di introduzione e non di presenza spontanea originaria.
L’areale di introduzione, per contro, è vastissimo e copre praticamente tutta la fascia tropicale e subtropicale del pianeta. Kew registra la specie come introdotta in circa ottanta territori, fra cui Angola, Bangladesh, Camerun, Cuba, Etiopia, Florida, Giamaica, Kenya, Madagascar, Mali, Messico (nord-ovest), Myanmar, Nepal, Nigeria, Porto Rico, Queensland, Senegal, Seychelles, Sri Lanka, Sudan, Tailandia, Tanzania, Venezuela e Vietnam. In Brasile la moringa è una pianta esotica coltivata, introdotta con ogni probabilità durante il periodo coloniale e oggi presente soprattutto nel Nordeste semiarido e nelle aree a clima caldo del Nord e del Centro-Ovest.
L’habitat preferenziale corrisponde al bioma tropicale stagionalmente secco, con stagione piovosa definita e periodo secco marcato. La specie prospera fra i 25 e i 35 gradi Celsius, sopporta brevemente minime prossime allo zero e soccombe alle gelate severe, che possono uccidere l’intera parte aerea. Si adatta a regimi pluviometrici molto diversi, da circa 250 a 1.500 millimetri annui, e si incontra dal livello del mare fino a circa 1.500 metri di quota, con segnalazioni che arrivano a 2.000 metri. Predilige suoli sabbiosi o franco-sabbiosi, ben drenati e di pH da leggermente acido a neutro, tollera terreni poveri e mostra una tolleranza moderata alla salinità. Ciò che non perdona è il ristagno idrico, che favorisce i marciumi radicali.
In diverse regioni di introduzione la specie è sfuggita alla coltivazione e ha formato popolazioni spontanee, soprattutto in aree disturbate, lungo i bordi delle strade e su terreni abbandonati di clima secco. I compendi regionali segnalano un comportamento naturalizzato in parti dei Caraibi, dell’Africa occidentale e delle isole del Pacifico e dell’oceano Indiano, benché la moringa non figuri fra le invasive ad alto impatto dei principali elenchi globali, probabilmente per la combinazione di dispersione limitata e scarsa competitività in vegetazione chiusa.
Coltivazione della Moringa

Impianto fitto condotto per la raccolta delle foglie, con fusti sottili e ricaccio stimolato da potature successive.
La propagazione avviene per seme o per talea, e la scelta fra le due strade ha conseguenze strutturali sulla pianta che ne risulta. I semi germinano in 7-14 giorni su substrato umido a temperature di 25-30 gradi Celsius, non richiedono alcuna rottura della dormienza e mantengono la vitalità per un periodo compreso fra 6 e 12 mesi in conservazione ordinaria, per poi perdere rapidamente potere germinativo. Le piante da seme sviluppano la radice fittonante tipica e risultano più longeve e resistenti alla siccità. La talea impiega rami legnosi lunghi 1-1,5 metri e spessi 4-5 centimetri, piantati direttamente in campo, con radicazione in 30-45 giorni; anticipa la fruttificazione, ma produce un apparato radicale superficiale e individui meno longevi e più esposti al ribaltamento da vento.
L’esigenza di luce è assoluta: pieno sole, senza vie di mezzo, poiché l’ombreggiamento riduce drasticamente l’emissione di foglie e la fruttificazione. La distanza d’impianto varia secondo l’obiettivo. Le colture fitte destinate al fogliame lavorano su 0,5-1 metro fra le piante e 1-1,5 metri fra le file, raggiungendo densità di diverse migliaia di piante per ettaro, mentre gli impianti destinati al frutto adottano 3-5 metri in entrambe le direzioni. L’irrigazione è necessaria nel primo anno di insediamento e in seguito diventa di soccorso nella maggior parte dei climi vocati. La sostanza organica incorporata all’impianto dà buoni risultati, e la potatura annuale, eseguita a fine stagione secca, contiene l’altezza e stimola i getti laterali.
Fra i parassiti registrati negli impianti commerciali figurano cicaline e afidi sui getti nuovi, cocciniglie su rami e frutti, bruchi defogliatori dei generi Noorda ed Eupterote e mosche del genere Gitona, che attaccano le capsule in sviluppo. Sul versante fitopatologico, i problemi più citati sono l’antracnosi causata da Colletotrichum gloeosporioides, la maculatura fogliare da Cercospora, i marciumi radicali su suoli mal drenati e l’avvizzimento vascolare da Fusarium, quest’ultimo capace di uccidere l’intera pianta.
La raccolta delle foglie può iniziare fra i 60 e i 90 giorni dall’impianto nei sistemi fitti, con tagli successivi a intervalli di 35-45 giorni durante la stagione di crescita. I frutti verdi diventano disponibili a partire da 8-12 mesi nelle piante da seme e prima in quelle da talea, mentre la piena produzione di semi maturi si stabilizza intorno al secondo o terzo anno. Il picco produttivo cade fra il terzo e l’ottavo anno di vita.
Fenologia
Il comportamento fenologico della moringa dipende fortemente dal regime climatico locale. Nei climi tropicali umidi, privi di una stagione secca pronunciata, l’albero può fiorire e fruttificare in modo pressoché continuo lungo tutto l’anno, con fiori e frutti a stadi diversi sovrapposti sullo stesso individuo. Nelle regioni a stagione secca definita, invece, lo schema è nettamente stagionale: la caduta delle foglie accompagna il culmine della siccità, la fioritura si concentra alla fine di quel periodo o subito dopo le prime piogge, e la fruttificazione segue alcuni mesi più tardi. Le piante giovani fioriscono spesso già nel primo anno di vita, precocità insolita fra gli alberi.
L’impollinazione è prevalentemente entomofila. Le api di vari generi, fra cui Apis, sono le visitatrici più frequenti ed efficaci, attirate dal nettare abbondante e dalla fragranza dolciastra dei fiori; in alcune parti dell’areale si registrano anche visite di uccelli nettarivori e di mosche. La morfologia zigomorfa dei fiori, con il petalo superiore più grande che funge da vessillo e quelli inferiori da piattaforma di atterraggio, è coerente con questo quadro di impollinazione animale. La specie presenta un certo grado di autocompatibilità, ma l’impollinazione incrociata dà una migliore allegagione.
La disseminazione dei semi è in primo luogo anemocora. Le tre ali membranose funzionano da superficie portante e permettono al seme di planare per un certo tratto quando la capsula si apre, di norma in piena stagione secca, con l’albero spoglio e i venti più intensi. L’acqua interviene come vettore secondario nei drenaggi stagionali. Il trasporto umano deliberato spiega però, e di gran lunga, la maggior parte della distribuzione attuale della specie nel mondo.
Specie Affini e Confusioni
Il genere Moringa comprende tredici specie accettate: M. arborea Verdc., M. borziana Mattei, M. concanensis Nimmo ex Dalzell & A.Gibson, M. drouhardii Jum., M. hildebrandtii Engl., M. longituba Engl., M. oleifera Lam., M. ovalifolia Dinter & A.Berger, M. peregrina (Forssk.) Fiori, M. pygmaea Verdc., M. rivae Chiov., M. ruspoliana Engl. e M. stenopetala (Baker f.) Cufod. La varietà di forme all’interno di questo piccolo insieme è notevole e va da alberi slanciati dal fogliame finemente diviso a piante caudiciformi dal tronco ingrossato a botte.
All’interno del genere, i punti di distinzione più utili sono i seguenti:
- Moringa concanensis, dell’India occidentale, è la più somigliante alla moringa comune e occorre in area sovrapposta; se ne separa per le foglioline più grandi e più rigide, per i fiori dai petali più stretti e per frutti in genere più corti e più grossi.
- Moringa drouhardii, del Madagascar, e Moringa ovalifolia, della Namibia, sono inconfondibili per il fusto caudiciforme, ingrossato a bottiglia o a botte, portamento assente in M. oleifera.
- Moringa peregrina, della penisola arabica e dell’Africa nord-orientale, presenta foglie molto meno divise, con foglioline che cadono presto, e fiori più piccoli, oltre a un portamento spesso arbustivo in ambienti rocciosi.
- Moringa stenopetala, dell’Etiopia meridionale e del Kenya settentrionale, si distingue per le foglie meno divise e dalle foglioline assai più grandi, per i petali stretti che danno il nome alla specie e per il tronco spesso multiplo.
Fuori dal genere, le confusioni più comuni si verificano sul campo con alberi dal fogliame pennato fine appartenenti alle Fabaceae, soprattutto allo stadio giovanile e in assenza di materiale riproduttivo. Leguminose come Leucaena leucocephala, specie di Senna e di Cassia e il flamboyant (Delonix regia) hanno foglie bipennate che, a distanza, richiamano il fogliame della moringa. Con la pianta in mano, la distinzione è semplice. Tutte quelle leguminose producono un legume, frutto a due valve con semi appiattiti e privi di ali membranose, molto diverso dalla capsula a nove coste e dai semi trialati della moringa; la foglia della moringa, inoltre, è di norma divisa un grado in più della loro. La corteccia spugnosa e biancastra, che essuda gomma chiara al taglio, e l’odore pungente della radice appena ferita completano l’identificazione con un buon margine di sicurezza.
Fitochimica
La chimica della moringa si organizza intorno a due assi: i glucosinolati, eredità dell’ordine delle Brassicales, e l’olio fisso dei semi. Il composto maggioritario del primo gruppo è la glucomoringina, chimicamente un 4-(alfa-L-ramnopiranosilossi)benzilglucosinolato, presente in foglie, semi, corteccia e radice. Quando il tessuto viene lacerato, l’enzima mirosinasi, compartimentato a parte nella cellula intatta, idrolizza il glucosinolato e libera l’isotiocianato corrispondente, il 4-(alfa-L-ramnopiranosilossi)benzil isotiocianato. Questa reazione a due tempi è la stessa che produce la pungenza della senape e del ravanello e spiega l’odore acre che emana una radice tagliata.
La distribuzione degli altri gruppi nella pianta si presenta così:
- Corteccia e gomma: polisaccaridi di essudazione, tannini e quantità minori di glucosinolati.
- Fiori: flavonoli glicosilati e zuccheri solubili del nettare.
- Foglie: flavonoli, soprattutto glicosidi di quercetina e di kaempferolo; acidi fenolici del gruppo clorogenico e caffeoilchinico; carotenoidi, con prevalenza di betacarotene, luteina e zeaxantina; tenori proteici elevati sulla sostanza secca, nella fascia riportata del 25-30 per cento; minerali come calcio, ferro, magnesio, potassio e zinco.
- Frutti immaturi: fibre alimentari intorno al 4-6 per cento, acido ascorbico in concentrazione alta per un frutto verde e tenore proteico modesto.
- Radice e corteccia radicale: alcaloidi, fra cui la moringinina e la spirochina, oltre alla maggiore densità di glucosinolati della pianta.
- Semi: olio fisso corrispondente al 35-40 per cento della massa secca, con acido oleico come componente ampiamente dominante, nell’ordine del 70 per cento degli acidi grassi; glucomoringina e derivati; proteine cationiche di bassa massa molecolare; il carbammato niazimicina.
La radice e la sua corteccia concentrano gli alcaloidi della specie, fra cui la spirochina, la cui tossicità è documentata nella letteratura tossicologica. Questi tessuti non sono materiale alimentare sicuro, al contrario di quanto la somiglianza di sapore con il rafano potrebbe suggerire. Nella moringa la parte della pianta cambia tutto, e questa è un’informazione botanica di primo ordine.
Storia ed Etnobotanica
La testimonianza del rapporto fra l’uomo e la moringa, o le sue congeneri, è molto antica. Nell’Egitto faraonico l’olio estratto dai semi di Moringa, noto come olio di ben, compare in contesti funerari e cosmetici, e le analisi dei residui su vasi dell’Antico Regno ne hanno identificato la presenza; la specie sfruttata nella valle del Nilo era in prevalenza M. peregrina, nativa della regione, benché M. oleifera abbia circolato lungo rotte commerciali successive. Autori greci e romani menzionarono lo stesso olio come base inodore per profumi, sfruttandone la notevole resistenza all’irrancidimento.
Nel subcontinente indiano l’albero compare nella letteratura sanscrita sotto nomi come shobhanjana e shigru, e figurava da millenni fra le piante coltivate negli orti domestici. Le comunità dell’India meridionale e dello Sri Lanka impiegavano i frutti immaturi e le foglie nell’alimentazione quotidiana, pratica che si estese al Sud-Est asiatico e alle Filippine attraverso le reti di commercio e migrazione. Le popolazioni del Sahel e del Sudan impiegavano il seme triturato per chiarificare acque torbide, procedimento descritto da viaggiatori ed etnografi dell’Ottocento e documentato sistematicamente nel Novecento.
La diffusione globale si consolidò in epoca coloniale. Portoghesi, spagnoli, inglesi e francesi portarono la specie dall’Asia meridionale alle colonie tropicali delle Americhe, dell’Africa e delle isole dell’oceano Indiano e del Pacifico, dove l’albero trovò condizioni prossime a quelle del suo areale nativo e si insediò con facilità. La descrizione botanica formale arrivò con Lamarck nel 1785, oltre trent’anni dopo che Linneo aveva chiamato la pianta Guilandina moringa, e la nomenclatura sarebbe rimasta instabile per più di un secolo, il che spiega la lunga lista di sinonimi accumulata.
Conservazione
La scheda della Lista Rossa IUCN, valutata nell’agosto 2019 e pubblicata nel 2020, classifica Moringa oleifera come a Minor Preoccupazione (LC, criteri versione 3.1). Il quadro è tranquillo e discende da due fattori combinati: la specie è presente in almeno un’area protetta all’interno della sua distribuzione nativa ed è coltivata su scala in decine di paesi, il che rende la sua persistenza quasi indipendente dalle popolazioni selvatiche. La valutazione registra inoltre una conservazione ex situ attiva e non segnala minacce rilevanti in corso. La specie non compare in alcuna appendice CITES.
Due riserve meritano comunque una menzione. La prima è l’erosione genetica: l’espansione commerciale poggia su una manciata di cultivar selezionate, e il numero di accessioni conservate nelle banche del germoplasma è modesto rispetto alla superficie oggi coltivata, il che lascia sottorappresentata la diversità delle popolazioni originarie dell’India nord-occidentale e del Pakistan nord-orientale. La seconda è il contrasto con le congeneri, ben più fragili. Diverse specie del genere hanno distribuzione naturalmente ristretta e subiscono una pressione reale, fra cui M. arborea, endemica di un’area minuscola del Kenya settentrionale, e le specie caudiciformi del Madagascar e della Namibia, bersaglio di raccolta illegale per il commercio di piante succulente ornamentali. La robustezza di M. oleifera, dunque, non si estende alla famiglia che rappresenta.
Curiosità
- La famiglia delle Moringaceae è monogenerica e conta appena tredici specie accettate, uno dei gruppi più esigui fra le famiglie di angiosperme di rilevanza economica globale.
- La moringa è parente della senape e del cavolo, tutte nell’ordine delle Brassicales, parentela che la morfologia arborea nasconde del tutto ma che la chimica dei glucosinolati tradisce all’istante.
- L’olio di ben, estratto dai semi, resiste in modo eccezionale all’ossidazione e per questo servì per secoli da veicolo neutro in profumeria e, più tardi, da lubrificante per i meccanismi dell’orologeria di precisione.
- I semi trialati planano al vento come piccoli elicotteri di carta, adattamento di disseminazione poco comune fra gli alberi delle regioni aride dell’Asia meridionale.
- A creare il genere Moringa, nel 1763, fu il naturalista francese Michel Adanson, lo stesso che Linneo onorò nel nome dei baobab, Adansonia. La coincidenza ha il suo fascino: tre specie di Moringa sviluppano tronchi caudiciformi ingrossati a bottiglia e ripetono così, dall’altro versante della storia evolutiva, la sagoma dei baobab, senza esservi strettamente imparentate.
Avviso: questo contenuto è informativo e non sostituisce il parere di un professionista sanitario. Consultare un medico o un fitoterapeuta prima di usare piante medicinali, soprattutto in gravidanza, durante l’allattamento o in caso di assunzione di farmaci.
Riferimenti e Studi Scientifici
Vedi Tutti i 10 Riferimenti Citati
- Adanson, M. Familles des Plantes, vol. 2: 318. Parigi, 1763.
- Lamarck, J. B. Encyclopédie Méthodique, Botanique, vol. 1: 398. Panckoucke, Parigi, 1785.
- 1996 Miller, A. G. & Cope, T. A. Flora of the Arabian Peninsula and Socotra, vol. 1: 1-586. Edinburgh University Press, 1996.
- 2002 Olson, M. E. Combining data from DNA sequences and morphology for a phylogeny of Moringaceae. Systematic Botany, 27(1): 55-73, 2002.
- POWO. Moringa Adans. Plants of the World Online, Royal Botanic Gardens, Kew. Disponibile su ↗
- POWO. Moringa oleifera Lam. Plants of the World Online, Royal Botanic Gardens, Kew. Disponibile su ↗
- 2020 Roland, C. Moringa oleifera. The IUCN Red List of Threatened Species 2020: e.T61890232A61890241. Valutata il 28 agosto 2019, categoria a Minor Preoccupazione (LC). Disponibile su ↗
- The International Plant Names Index. Moringa oleifera Lam., record 584736-1. Disponibile su ↗
- 1986 Verdcourt, B. Moringaceae. Flora of Tropical East Africa: 1-11. Royal Botanic Gardens, Kew, 1986.
- 2001 Wu, Z. & Raven, P. H. (eds.). Flora of China, vol. 8: 1-506. Science Press, Pechino, e Missouri Botanical Garden Press, St. Louis, 2001.
