L’erba Luigia è un arbusto legnoso dalle foglie strette e ruvide che sprigionano un profumo di limone al minimo sfioramento, pur non avendo alcuna parentela con gli aranci e i limoni. Appartiene alla famiglia delle Verbenaceae, la stessa della lantana e delle verbene da giardino, e si distingue da quasi tutto ciò che le cresce intorno per un dettaglio che chiunque può verificare a occhio nudo: le foglie nascono a gruppi di tre sullo stesso nodo, disposte in verticillo attorno al ramo, e non a coppie come nella stragrande maggioranza degli arbusti aromatici coltivati.

L’areale originario della specie è sorprendentemente ristretto per una pianta oggi tanto diffusa. Occupa le valli subandine che vanno dal sud della Bolivia al nord-ovest dell’Argentina, una fascia di clima subtropicale secco con inverni freschi. Da lì uscì alla fine del Settecento, portata dai naturalisti spagnoli, e nel giro di pochi decenni figurava già nei giardini reali europei e nei campi di distillazione della Provenza. Oggi si coltiva nei climi mediterranei e subtropicali di quattro continenti, quasi sempre a partire da talee, il che spiega la base genetica ristretta delle piantagioni commerciali.
L’erba Luigia si segnala anche per una nomenclatura tormentata. Il nome accettato oggi è Aloysia citrodora Paláu, ma la grafia Aloysia citriodora e il binomio Lippia citrodora continuano a circolare sulle etichette, nei cataloghi dei vivai e nella letteratura tecnica, alimentando una confusione che attraversa più di due secoli. Questa pagina raccoglie ciò che la tassonomia formale, la morfologia comparata, l’agronomia e la fitochimica descrittiva registrano sulla specie.
Tassonomia
Il nome accettato dall’IPNI e da Plants of the World Online è Aloysia citrodora Paláu, pubblicato nel 1784 nella Parte Práctica de Botánica (tomo 1, pagina 768), opera in cui il botanico spagnolo Antonio Palau y Verdera adattò il sistema linneano al pubblico iberico. La classificazione completa è la seguente:
- Regno: Plantae
- Divisione: Magnoliophyta (angiosperme)
- Classe: Magnoliopsida (eudicotiledoni)
- Ordine: Lamiales
- Famiglia: Verbenaceae J. St.-Hil.
- Tribù: Lantaneae
- Genere: Aloysia Paláu
- Specie: Aloysia citrodora Paláu, 1784
La grafia Aloysia citriodora, che molti considerano la forma corretta, è in realtà una variante ortografica posteriore, attribuita nell’IPNI a Ortega ex Persoon e pubblicata nella Synopsis Plantarum nel 1806. Le due forme designano lo stesso taxon, e il registro nomenclaturale dà priorità alla grafia originale di Paláu. Vale la pena conoscerle entrambe, perché la versione con la i in più domina la letteratura di lingua inglese e l’etichettatura commerciale.
Sinonimi Accettati
La specie ha cambiato genere più volte nell’arco di due secoli, e il risultato è uno degli elenchi di sinonimi più lunghi fra le verbenacee coltivate. I principali sono questi:
- Aloysia sleumeri Moldenke
- Aloysia triphylla (L’Hér.) Britton
- Aloysia triphylla f. serrulata Moldenke
- Lippia citrodora (Paláu) Kunth
- Lippia triphylla (L’Hér.) Kuntze
- Verbena citrodora (Paláu) Cav.
- Verbena triphylla L’Hér.
- Zappania citrodora (Paláu) Lam.
Due di questi nomi meritano un’attenzione particolare. Lippia citrodora è stata la designazione dominante nella letteratura farmacognostica e cosmetica fino agli anni Duemila, e sopravvive sulle confezioni di infusi e di olio essenziale in tutto il mondo. Aloysia triphylla, dal canto suo, è la forma preferita da buona parte degli autori nordamericani e compare ancora nelle banche dati veterinarie e agronomiche. Gli studi filogenetici con marcatori molecolari multipli pubblicati a partire dal 2009 hanno confermato che Aloysia e Lippia sono linee distinte all’interno della tribù Lantaneae, chiudendo una disputa che si trascinava dall’Ottocento.
Etimologia
Il genere Aloysia fu istituito da Paláu in omaggio a Maria Luisa di Parma, all’epoca principessa delle Asturie e in seguito regina consorte di Spagna accanto a Carlo IV. Aloysia è la latinizzazione dotta di Luisa, e la stessa radice spiega i nomi popolari iberici della pianta, come hierba luisa in spagnolo e bela-luísa in portoghese europeo. L’epiteto citrodora unisce il latino citrus, il limone e i suoi parenti, a odorus, ciò che emana odore, in un riferimento diretto all’aroma delle foglie.
I nomi popolari accompagnano la diffusione storica della specie. In Italia convivono erba Luigia, cedrina, limoncina e verbena odorosa, con forte variazione regionale; in Argentina, Perù e Uruguay si parla di cedrón e hierba luisa; in Spagna prevale hierba luisa; in Brasile la pianta è chiamata cidrão, erva-cidreira-do-reino e lúcia-lima; in Francia è la verveine odorante, materia prima di liquori regionali; e nei paesi anglofoni si è affermato lemon verbena, accanto al curioso lemon beebrush, che ricorda l’attrazione esercitata dai fiori sulle api.
Erba Luigia: Descrizione Morfologica
Si tratta di un arbusto perenne, legnoso ed eretto, a ramificazione aperta, che di norma raggiunge da 2 a 3 metri di altezza in coltivazione e arriva a 5 metri in situazioni riparate di clima mite. Il portamento è deciduo dove gli inverni sono freddi, con caduta totale delle foglie e ricaccio vigoroso in primavera dalle gemme dei rami maturi, e tende al semipersistente nelle regioni subtropicali calde. Le piante ben condotte mantengono la produttività per uno o due decenni, il che fa dell’erba Luigia una coltura perenne a ciclo lungo.
Foglie
Le foglie sono il carattere diagnostico più affidabile della specie. Nascono verticillate a gruppi di tre, raramente quattro, attorno a ciascun nodo, una disposizione poco comune fra gli arbusti aromatici da giardino. La lamina è lanceolata od oblungo-lanceolata, lunga da 5 a 12 centimetri e larga da 1 a 2,5 centimetri, con apice acuto e base attenuata. Il margine è intero o lievemente seghettato nella metà superiore, e la nervatura è pennata, con la nervatura centrale ben rilevata sulla pagina inferiore. La consistenza è soda, quasi coriacea, e la superficie presenta una ruvidezza percepibile al tatto per via della densità dei tricomi. Il picciolo misura appena da 3 a 5 millimetri, tanto che le foglie sembrano quasi sessili. L’odore agrumato intenso, liberato al minimo sfregamento, proviene da tricomi ghiandolari distribuiti soprattutto sulla pagina abassiale.
Fiori
L’infiorescenza è una pannocchia terminale allungata, da 10 a 25 centimetri, formata da spighe sottili che partono dalle ascelle delle foglie superiori. I singoli fiori sono minuti, da 3 a 5 millimetri, con corolla tubulosa lievemente zigomorfa e colore che varia dal bianco al lilla molto pallido, a volte con una sfumatura rosata. Ogni fiore porta quattro stami didinami inseriti nel tubo corollino e un ovario supero bicarpellare. La fioritura va dall’estate all’inizio dell’autunno, cioè da dicembre a marzo nell’emisfero australe e da giugno a settembre in quello boreale.
Frutti e Semi
Il frutto è uno schizocarpo secco che a maturità si divide in due mericarpi monospermi, ciascuno da 2 a 3 millimetri circa e di colore bruno scuro una volta maturo. Il calice persiste attorno all’insieme e accompagna i mericarpi nella caduta. La fruttificazione è irregolare e spesso scarsa nelle piantagioni commerciali, situazione aggravata dal fatto che la maggior parte degli impianti è formata da cloni geneticamente identici, il che limita la fecondazione incrociata.
Radice e Fusto
I rami giovani sono quadrangolari in sezione trasversale, verde chiaro e talvolta lavati di porpora, e perdono progressivamente gli spigoli fino a diventare cilindrici e legnosi con l’età. Il fusto delle piante adulte presenta corteccia grigiastra e solcata longitudinalmente. L’apparato radicale è fittonante nei primi anni e si converte in un sistema laterale abbondante nelle piante mature, con la maggior parte delle radici fini concentrata nei primi 60-100 centimetri di suolo, il che conferisce buona resistenza alla siccità una volta che la pianta si è insediata.
Distribuzione e Habitat
L’areale nativo riconosciuto da Plants of the World Online è assai più ristretto di quanto la letteratura divulgativa lasci intendere: va dal sud della Bolivia, nei dipartimenti di Chuquisaca e Tarija, al nord-ovest dell’Argentina, nelle province di Jujuy, Salta e Tucumán. I frequenti riferimenti a Cile, Perù e Uruguay come territorio d’origine riflettono una coltivazione molto antica e una naturalizzazione locale, non una distribuzione spontanea originaria. È un errore ripetuto così spesso che vale la pena correggerlo in modo esplicito in qualunque materiale di riferimento.
Nel territorio nativo la specie occupa versanti e valli subandine di clima subtropicale con stagione secca marcata, ad altitudini che vanno da poche centinaia fino a circa 2.000 metri. Predilige suoli di tessitura media o leggera, ben drenati e di reazione neutra o lievemente alcalina, con pH fra 6,5 e 7,5, e tollera terreni pietrosi che risulterebbero impropri per colture più esigenti. La piovosità tipica di quelle aree si colloca fra i 600 e i 1.200 millimetri annui, con periodi asciutti di diversi mesi che la pianta attraversa riducendo la superficie fogliare.
Fuori dall’areale nativo, Plants of the World Online registra presenza introdotta o coltivata in Albania, Argentina, Bolivia, Brasile (regioni Sud e Sud-Est), Cile centrale, Cuba, Francia, Messico, Paraguay, Perù, Porto Rico, Sardegna, Spagna, Uruguay e Venezuela. In Brasile l’erba Luigia è pianta da cortile e da piccola proprietà, presente soprattutto negli stati del sud e del sud-est, dove sfugge alla coltivazione in modo sporadico senza formare popolazioni aggressive. Non risulta iscritta in elenchi ufficiali di piante invasive di rilevanza nazionale, e il suo comportamento fuori coltura è considerato discreto, con ogni probabilità per via della fruttificazione irregolare e della germinazione difficile.
Coltivazione
La propagazione vegetativa è la via consueta. Le talee semilegnose da 10 a 15 centimetri, con tre o quattro nodi, prelevate a fine estate e mantenute in substrato umido e riparato, radicano in un periodo compreso fra 30 e 60 giorni, e il trattamento della base con auxina di sintesi accelera e uniforma il processo. La propaggine, che consiste nel piegare un ramo basso e interrarne una parte finché non emette radici, è il metodo tradizionale degli orti familiari e non richiede alcuna struttura. La semina diretta si usa poco perché la germinazione è lenta e disforme e perché buona parte delle cultivar ornamentali fruttifica male.
Quanto alle esigenze, il pieno sole è praticamente obbligatorio: l’ombreggiamento riduce drasticamente la produzione di olio essenziale e lascia la pianta filata. Il suolo deve essere ben drenato, poiché il ristagno idrico è la causa più comune di perdita delle piante adulte. L’intervallo termico ottimale va dai 15 ai 28 gradi Celsius, e la specie sopporta gelate leggere perdendo le foglie, ma soccombe a inverni rigidi e prolungati. La concimazione organica all’impianto dà buoni risultati, mentre l’eccesso di azoto in copertura stimola la massa vegetativa a scapito della concentrazione di olio. In coltivazione commerciale il sesto d’impianto abituale va da 1,0 a 1,5 metri sulla fila e da 1,5 a 2,0 metri fra le file.
Fra i parassiti più frequenti figurano il ragnetto rosso (Tetranychus urticae), che prolifera con caldo e siccità provocando maculature clorotiche, le cocciniglie sui rami legnosi, gli afidi (Aphis spp.) sui getti primaverili e i tripidi negli ambienti asciutti. Fra le malattie spiccano le maculature fogliari causate da Cercospora nei periodi umidi prolungati, l’oidio provocato da Erysiphe spp. e il marciume radicale da Phytophthora nei suoli mal drenati. In generale l’erba Luigia è considerata una coltura rustica e di bassa richiesta fitosanitaria.
La raccolta si esegue a mano, tagliando i rami a 30 o 50 centimetri dal suolo per preservare la struttura di ricaccio, e il momento ideale coincide con il pieno sviluppo delle foglie nuove prima dell’apertura dei fiori, quando il tenore di olio essenziale raggiunge il massimo. Nei climi favorevoli sono possibili da due a quattro raccolte all’anno. Il materiale tagliato passa all’essiccazione all’ombra in un locale arieggiato, perché l’esposizione diretta al sole degrada rapidamente i componenti volatili. La potatura di formazione a fine inverno elimina i rami vecchi e ordina la chioma per l’annata successiva.
Fenologia
Il ciclo annuale dell’erba Luigia segue da vicino la temperatura. Nelle regioni dagli inverni freddi la pianta entra in riposo e perde tutta la chioma, per poi riprendere la crescita quando le minime si stabilizzano sopra i dieci gradi. Il germogliamento primaverile è rapido e produce i rami che sosterranno la fioritura estiva. Le pannocchie si aprono in modo progressivo nel corso di diverse settimane, cosicché una stessa pianta esibisce boccioli, fiori aperti e frutti in formazione nello stesso momento.
L’impollinazione è entomofila e le api sono le visitatrici dominanti, attirate dal nettare accumulato in fondo al tubo corollino. Il nome inglese lemon beebrush registra proprio questa associazione, e gli impianti in fiore funzionano spesso come fonte di foraggio nei periodi di scarsità. Farfalle e piccoli ditteri completano il corteo dei visitatori florali.
La disseminazione è passiva. I mericarpi, avvolti dal calice secco, cadono per gravità nelle vicinanze della pianta madre e possono essere spostati di qualche metro dal vento o dal ruscellamento. Non esistono strutture di dispersione a lunga distanza, il che contribuisce a spiegare l’areale nativo ristretto e il comportamento poco invasivo della specie al di fuori di esso.
Specie Affini e Confusioni
Il genere Aloysia è esclusivamente americano e riunisce alcune decine di specie di arbusti aromatici, in prevalenza concentrate nel Sud America subtropicale e nel nord arido del Messico. Fra i parenti più prossimi che compaiono in coltivazione o sul campo figurano i seguenti:
- Aloysia chamaedryfolia Cham.: arbusto basso del sud del Brasile e dell’Argentina, con foglie assai più piccole e crenate.
- Aloysia gratissima (Gillies & Hook.) Tronc.: arbusto delle campagne meridionali, dai fiori bianchi intensamente profumati e di grande valore mellifero, con foglie opposte e non verticillate.
- Aloysia polystachya (Griseb.) Moldenke: nota come burrito nella regione del Rio de la Plata, ha foglie dall’aroma simile ma più pungente e canforato.
- Aloysia virgata (Ruiz & Pav.) Pers.: coltivata come ornamentale per le lunghe spighe bianche profumate, con foglie molto più grandi e ruvide.
- Aloysia wrightii (A. Heller ex Abrams) A. Heller: specie del sud-ovest degli Stati Uniti e del nord del Messico, adattata agli ambienti desertici.
Fuori dal genere, le confusioni più comuni riguardano altre piante dall’aroma agrumato. La citronella (Cymbopogon citratus) è una graminacea cespitosa, priva di fusto legnoso e con foglie lineari che arrivano a un metro, per cui la distinzione è immediata. Lippia alba, della stessa famiglia, ha foglie opposte, piccole e ovali, oltre a un portamento più basso e disordinato. La melissa (Melissa officinalis) appartiene alla famiglia delle Lamiaceae, è erbacea e porta foglie opposte, ovato-cordate, su un fusto nettamente quadrangolare fino all’apice. Anche Lippia origanoides presenta foglie opposte e un aroma che tende all’origano.
Una confusione merita attenzione raddoppiata in giardino: Lantana camara, anch’essa della famiglia delle Verbenaceae, cresce come arbusto di taglia simile, ha foglie ruvide e aromatiche e si incontra spesso nelle stesse aiuole. La lantana porta foglie opposte, infiorescenze in capolini densi di fiori gialli, aranciati o rossi, e frutti carnosi scuri. Quei frutti sono tossici, e il fogliame contiene triterpeni che causano intossicazione epatica nei bovini e negli ovini. La regola pratica per separarle è semplice e sicura: l’erba Luigia ha foglie a gruppi di tre per nodo e fiori bianchi minuti in spighe allungate, mentre la lantana ha foglie a coppie e fiori colorati in grappoli appiattiti.
Fitochimica
Il tratto chimico dominante della specie è l’accumulo di olio essenziale nei tricomi ghiandolari fogliari, con una resa che varia dallo 0,3 allo 0,8 per cento sul peso di foglie fresche a seconda della provenienza, dell’epoca di taglio e del metodo di distillazione. Il componente maggioritario è il citrale, miscela degli isomeri geraniale e nerale, che rappresenta una frazione ampia dell’olio e varia parecchio fra le provenienze, da circa il trenta a oltre il cinquanta per cento in molti campioni analizzati. Accompagnano il citrale il limonene, il geraniolo, il linalolo, l’1,8-cineolo, l’alfa-pinene e una frazione sesquiterpenica in cui spiccano il beta-cariofillene e lo spatulenolo.
Questa composizione non è fissa. La letteratura sugli oli essenziali di Aloysia citrodora descrive chemiotipi distinti a seconda dell’origine geografica del materiale, con campioni europei, sudamericani e nordafricani che mostrano proporzioni sensibilmente diverse fra citrale, limonene e sesquiterpeni. All’interno della stessa pianta, le foglie giovani in pieno sviluppo concentrano più olio di quelle vecchie, e il tenore cala dopo l’apertura dei fiori.
Nella frazione non volatile delle foglie, i composti più caratteristici sono fenilpropanoidi glicosilati, con il verbascoside in posizione di rilievo, e l’acido rosmarinico, entrambi frequenti nella famiglia delle Verbenaceae. Ad essi si aggiungono flavoni come l’apigenina, la luteolina-7-O-glucoside e la salvigenina, iridoidi dal sapore amaro, tannini in quantità basse o moderate e mucillagini. La distribuzione di questi composti è fortemente concentrata nelle foglie; il fusto legnoso e le radici ne presentano tenori assai inferiori.
A questo profilo chimico si accompagna un dato di sicurezza per gli animali. L’ASPCA classifica la specie, elencata nelle sue banche dati sotto il sinonimo Aloysia triphylla, come tossica per cani, gatti e cavalli, e attribuisce l’effetto all’olio essenziale. L’ingestione del fogliame da parte di questi animali provoca disturbi gastrointestinali e coliche. Il rischio è legato al consumo della pianta viva da parte di animali che ne rosicchiano le foglie, non al contatto occasionale.
Storia ed Etnobotanica
Prima dell’arrivo degli europei, le popolazioni andine delle valli in cui la pianta è nativa conoscevano già l’arbusto e lo tenevano vicino alle abitazioni. Le testimonianze etnografiche su quel periodo sono indirette e scarse, ma la presenza della specie nei contesti domestici del nord-ovest argentino e del sud boliviano è antica e ben documentata dalla toponomastica e dal lessico locale, in cui cedrón si è affermato come designazione corrente.
Il percorso europeo della specie comincia fra gli anni Sessanta e Ottanta del Settecento, quando le spedizioni spagnole inviarono materiale vivo e semi dal Nuovo Mondo agli orti botanici della penisola iberica. Nel 1784 Antonio Palau y Verdera pubblicò la descrizione formale nella Parte Práctica de Botánica e battezzò il genere in omaggio alla principessa Maria Luisa di Parma. La pianta divenne di moda nei giardini reali e, nel corso dell’Ottocento, scese dalle aiuole aristocratiche agli orti urbani di tutta l’Europa mediterranea.
Fu sempre nell’Ottocento che l’arbusto assunse una dimensione industriale. I produttori della Provenza cominciarono a coltivarlo su larga scala per la distillazione, e la verveine si affermò come materia prima della profumeria francese e come aromatizzante di liquori regionali, il più noto dei quali è la Verveine du Velay, prodotta nel Massiccio Centrale dalla metà di quel secolo. In Spagna, gli impianti di Andalusia, Murcia e Valencia servirono lo stesso mercato, e in Marocco la coltura si consolidò come fornitrice dell’industria delle fragranze.
I documenti etnobotanici dell’Ottocento e del primo Novecento attestano che le famiglie rurali del Cono Sud e dell’Europa mediterranea tenevano l’arbusto in cortile e impiegavano le foglie secche per profumare le bevande calde servite a fine giornata, un’abitudine che coloni e immigrati portarono con sé nel sud del Brasile. In Brasile la specie entrò per la stessa via domestica e non arrivò mai a formare un comparto produttivo rilevante, tanto che i derivati aromatici consumati nel paese provengono in larga parte da Francia, Marocco e Spagna.
Conservazione
Aloysia citrodora non dispone di una valutazione pubblicata nella Lista Rossa IUCN, situazione registrata come Non Valutata (NE). L’assenza di valutazione è comune nelle specie ampiamente coltivate, la cui sopravvivenza come taxon non dipende dalle popolazioni selvatiche. La specie non compare neppure negli allegati della CITES, e il suo commercio internazionale, tanto di foglia secca quanto di olio essenziale, non è soggetto a restrizioni specifiche.
Ciò non significa che non vi siano motivi di attenzione. Le popolazioni spontanee delle valli subandine di Bolivia e Argentina convivono con la frammentazione dell’habitat causata dall’espansione della frontiera agricola e dal pascolo, e non sono mai state oggetto di un censimento sistematico. Poiché l’areale nativo è naturalmente piccolo, le perdite locali pesano proporzionalmente più di quanto peserebbero in specie ad ampia distribuzione.
C’è poi la questione dell’erosione genetica in coltivazione. La propagazione per talea comporta che vaste superfici piantate siano occupate da pochi cloni, un’uniformità che rende la coltura fragile di fronte a nuovi parassiti e limita il materiale disponibile per il miglioramento genetico. Le banche di germoplasma in Argentina e in Europa conservano accessioni di provenienze diverse proprio per preservare tale variazione, e la conservazione in situ nelle aree d’origine resta la strategia più completa, per quanto sia anche la meno strutturata.
Curiosità
- Il nome del genere eterna una regina. Paláu rese omaggio a Maria Luisa di Parma quando era ancora principessa delle Asturie, e la scelta si è rivelata duratura: la sovrana cadde in disgrazia storica, ma il genere botanico ha attraversato intatto due secoli e mezzo.
- La grafia corretta è la meno usata. Aloysia citrodora è il nome valido, mentre Aloysia citriodora, con la i in più, è una variante ortografica del 1806 che ha finito per diventare più popolare dell’originale in quasi tutta la letteratura di lingua inglese.
- L’aroma resiste all’essiccazione meglio di quello di quasi ogni altra foglia aromatica. Campioni ben essiccati e conservati al riparo da luce e calore mantengono un profumo percepibile per oltre un anno, cosa rara fra le piante ricche di monoterpeni volatili.
- Sono state le api a battezzare la pianta in inglese. Lemon beebrush, il secondo nome vernacolare della specie in quella lingua, registra l’intensità con cui gli alveari visitano le pannocchie fiorite.
- Un liquore francese dipende da lei dal 1859. La Verveine du Velay, prodotta nella regione di Puy-en-Velay, annovera la foglia di questo arbusto fra i suoi componenti aromatici e ha contribuito a radicare la coltura della specie nel Massiccio Centrale.
Avviso: questo contenuto è informativo e non sostituisce il parere di un professionista sanitario. Consultare un medico o un fitoterapeuta prima di usare piante medicinali, soprattutto in gravidanza, durante l’allattamento o in caso di assunzione di farmaci.
Riferimenti e Studi Scientifici
Vedi Tutti i 9 Riferimenti Citati
Studi Scientifici Peer-Reviewed (2)
- DOI2013 Lu-Irving, P.; Olmstead, R. G. Investigating the evolution of Lantaneae (Verbenaceae) using multiple loci. Botanical Journal of the Linnean Society, 171(1), 103-119. 2013. ↗
- DOI2009 Olmstead, R. G. et al. A molecular phylogeny and classification of Verbenaceae. American Journal of Botany, 96(8), 1457-1480. 2009. ↗
Letture Complementari (7)
- ASPCA. Toxic and Non-Toxic Plants: Lemon Verbena (Aloysia triphylla). American Society for the Prevention of Cruelty to Animals. ↗
- IPNI. Aloysia citrodora Paláu. International Plant Names Index. Royal Botanic Gardens Kew, Harvard University Herbaria e Australian National Botanic Gardens. ↗
- IUCN. The IUCN Red List of Threatened Species. Consultazione del taxon Aloysia citrodora, privo di valutazione pubblicata. ↗
- 2016 O’Leary, N.; Lu-Irving, P.; Moroni, P.; Siedo, S. J. Taxonomic revision of Aloysia (Verbenaceae) in South America. Annals of the Missouri Botanical Garden. 2016.
- Palau y Verdera, A. Parte Práctica de Botánica del caballero Cárlos Linneo, tomo 1, p. 768. Madrid, 1784. ↗
- POWO. Aloysia citrodora Paláu. Plants of the World Online, Royal Botanic Gardens Kew. ↗
- World Flora Online. Aloysia citrodora Paláu. ↗
