Solanum mammosum (Albero dei Capezzoli): Profilo Botanico

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La Solanum mammosum è una solanacea dal portamento erbaceo robusto che produce uno dei frutti più riconoscibili del mondo vegetale: una bacca giallo oro, lucida e dalla superficie quasi cerosa, con tre a cinque protuberanze arrotondate alla base e un becco conico all’apice. Questa sagoma improbabile le è valsa un repertorio di nomi comuni piuttosto espliciti, tra cui albero dei capezzoli e pianta dei capezzoli, per quanto di albero non abbia nulla. La specie appartiene alla famiglia delle Solanaceae, la stessa della melanzana, della patata e del pomodoro, e al genere Solanum, il più ampio genere di piante con fiore delle Americhe.

Solanum mammosum, solanacea dal portamento erbaceo robusto, con bacche giallo oro lucide, protuberanze arrotondate alla base e becco conico all'apice.
Solanacea dal portamento erbaceo robusto, con bacche giallo oro lucide, tre a cinque protuberanze arrotondate alla base e un becco conico all'apice.

Originaria dell’America tropicale, la pianta rientra nel clado Acanthophora, un raggruppamento di solani spinosi che riunisce parenti stretti come Solanum aculeatissimum, Solanum capsicoides e Solanum viarum. Fusti, piccioli e nervature sono armati di aculei dritti e affilati, e quasi tutta la superficie della pianta è rivestita da un fitto indumento di peli stellati che le conferisce un aspetto vellutato e grigiastro. Ogni sua parte concentra glicoalcaloidi steroidei, e i frutti non sono commestibili.

Ciò che rende notevole la specie va oltre la forma del frutto. Descritta da Linneo nel 1753 su materiale delle Barbados, circolò molto presto negli orti botanici europei come curiosità e, secoli dopo, si trasformò in merce ornamentale di portata mondiale. Nell’Asia orientale e sudorientale i frutti secchi hanno acquisito lo statuto di simbolo del Capodanno lunare, caso raro di pianta americana diventata emblema festivo dall’altra parte del mondo. Questa scheda tratta la Solanum mammosum esclusivamente come oggetto botanico: nomenclatura, morfologia, ecologia, chimica descrittiva, storia e conservazione.

Tassonomia

Il nome accettato è Solanum mammosum L., pubblicato da Carl von Linné in Species Plantarum, volume 1, pagina 187, nel 1753. La registrazione compare nell’International Plant Names Index con l’identificativo 285235-2 ed è riconosciuta come nome accettato da Plants of the World Online e dalla tassonomia di riferimento del GBIF. Il lectotipo, designato da Knapp e Jarvis nel 1990, è un’illustrazione di Leonard Plukenet pubblicata nel 1692, integrata da materiale d’erbario della collezione Sloane conservato a Londra. Va segnalato che esiste un omonimo posteriore, Solanum mammosum Lour., pubblicato da João de Loureiro nella Flora Cochinchinensis nel 1790, nome illegittimo che non si applica a questa specie.

La classificazione completa è la seguente:

  • Regno: Plantae
  • Divisione: Tracheophyta (tracheofite)
  • Classe: Magnoliopsida (eudicotiledoni)
  • Ordine: Solanales
  • Famiglia: Solanaceae
  • Genere: Solanum L.
  • Sottogenere: Leptostemonum (solani spinosi), clado Acanthophora
  • Specie: Solanum mammosum L., 1753

Sinonimi Accettati

La lunga storia di coltivazione ornamentale ha generato una sinonimia estesa, con nomi applicati in modo indipendente in Europa e nelle Americhe lungo il Settecento e l’Ottocento. Tra i sinonimi eterotipici riconosciuti figurano:

  • Solanum corniculatum André
  • Solanum corniculatum C.Huber
  • Solanum cornigerum André
  • Solanum globiferum Dunal
  • Solanum mammosum subsp. corniculum Ridl.
  • Solanum mamosissimum Ram.Goyena
  • Solanum platanifolium Hook.
  • Solanum platanifolium Sims
  • Solanum villosissimum Zuccagni

Etimologia del Binomio

Il nome generico Solanum era già in uso presso gli autori latini classici per indicare piante di questa affinità, e la sua origine viene di solito ricondotta al verbo solari, nel senso di calmare o consolare, benché la derivazione sia discussa e possa rimandare semplicemente a sol. L’epiteto mammosum deriva dal latino mamma, mammella, con il suffisso accrescitivo -osus, e significa all’incirca “provvisto di mammelle” o “mammellonato”, riferimento evidente alle protuberanze basali del frutto. Linneo si limitò a formalizzare quanto diceva già il nome prelinneano del materiale delle Barbados, che descriveva un frutto dorato a forma di pera rovesciata.

Descrizione Morfologica del Solanum mammosum

Si tratta di un’erba robusta o di un suffrutice di breve durata, per lo più annuale o biennale in coltivazione, che raggiunge da 0,5 a 1,5 metri di altezza e su suoli fertili e in clima caldo supera di tanto in tanto i 2 metri. Il portamento è eretto, con ramificazione appena sopra la base e architettura aperta, il che mette in mostra i frutti e spiega buona parte dell’attrattiva ornamentale. L’intera pianta è densamente pubescente, con peli stellati sessili e peduncolati che le danno una consistenza felpata, ed è armata di aculei dritti e giallastri distribuiti in modo irregolare su fusti, piccioli e nervature fogliari.

Foglie

Le foglie sono alterne e semplici, di contorno ampiamente ovato o suborbicolare, con base cordata e lamina lunga da 10 a 25 centimetri e larga da 8 a 20. Il margine presenta da tre a cinque lobi, da poco profondi a profondi, separati da seni arrotondati, il che avvicina la sagoma della foglia a quella di un platano, somiglianza rimasta nell’antico sinonimo Solanum platanifolium. Entrambe le facce sono fittamente coperte di peli stellati, più chiari e feltrosi nella pagina inferiore, e la nervatura centrale porta di norma aculei dritti sia sopra sia sotto. Il picciolo misura da 3 a 8 centimetri ed è anch’esso aculeato.

Fiori

Le infiorescenze sono cime extra-ascellari corte e povere di fiori, di solito da tre a otto. La specie è andromonoica, condizione frequente nel clado Acanthophora: il fiore basale di ogni infiorescenza è ermafrodito e fruttifica, mentre gli altri sono funzionalmente maschili, con ovario ridotto. La corolla è rotata o stellata, di 2-3,5 centimetri di diametro, con cinque lobi acuti e ricurvi, di colore lilla o violetto e più raramente biancastro. Gli stami sono cinque, con antere gialle allungate e assottigliate verso l’apice, disposte in un cono lasso e aperte da pori apicali, assetto tipico del genere. Lo stilo dei fiori fertili è dritto e leggermente sporgente, e il calice è aculeato e persistente.

Frutti e Semi

Il frutto è una bacca lunga da 4 a 7 centimetri, di contorno ovoide o piriforme, giallo oro intenso a maturità, con pericarpo sodo, liscio e lucente. La base porta da tre a cinque protuberanze coniche o arrotondate, e l’apice si prolunga in un becco corto: è questa combinazione a spiegare i nomi comuni. All’interno la polpa è asciutta o spugnosa, biancastra, e avvolge numerosi semi discoidali bruni, di circa 3-4 millimetri di diametro, con superficie finemente reticolata e privi di ala marginale. L’assenza di ala è un carattere diagnostico rispetto a Solanum capsicoides, i cui semi sono vistosamente alati. I frutti restano sodi per settimane dopo la raccolta e si disidratano senza perdere il colore, ragione per cui vengono impiegati nelle composizioni secche.

Radice e Fusto

L’apparato radicale è fittonante, con radice principale ben definita e ramificazioni laterali superficiali, schema coerente con il comportamento pioniere della specie sui suoli rimaneggiati. Il fusto è erbaceo o semilegnoso alla base, cilindrico, verde grigiastro per via dell’indumento stellato e armato di aculei dritti di 0,5-2 centimetri, più fitti negli internodi giovani. Negli individui che sopravvivono a più di un ciclo, la base lignifica e assume una corteccia fessurata di tonalità bruna.

Distribuzione e Habitat

La specie è originaria dell’America tropicale. Delimitarne con precisione l’areale d’origine è oggetto di divergenze in letteratura, e non senza ragione: la coltivazione ornamentale cominciò presto e fu intensa, confondendo il confine tra popolazioni spontanee e sfuggite alla coltura. Plants of the World Online colloca il nucleo originario nelle Antille, con presenza nativa nella maggior parte delle isole delle Indie Occidentali, mentre le revisioni del genere situano l’origine nel continente sudamericano. Oggi la pianta si trova in modo continuo dal Messico meridionale alla Bolivia e al Venezuela, oltre che in tutti i Caraibi, e in Brasile compare soprattutto come coltivata e subspontanea.

Fuori dalle Americhe la specie è insediata in buona parte dei tropici del Vecchio Mondo. Esistono segnalazioni consolidate in Cina, Filippine, Myanmar, Thailandia e Vietnam, dove è considerata naturalizzata, e presenze sparse nell’Africa tropicale e in Madagascar, raggiunte per la stessa via ornamentale. L’habitat preferito è quello degli ambienti disturbati: margini di bosco, boscaglie secondarie, pascoli degradati, bordi stradali, terreni incolti e coltivi abbandonati. La pianta tollera il caldo e il pieno sole, richiede un’umidità ragionevole durante il ciclo e non sopporta la gelata. La fascia altitudinale va dal livello del mare a circa 2.000 metri, con segnalazioni colombiane tra 150 e 2.400 metri.

Il comportamento ruderale e l’abbondante produzione di semi conferiscono alla specie un’alta capacità di colonizzazione, tanto che compare in liste regionali di piante potenzialmente invasive in alcune aree del Sud-est asiatico e in isole del Pacifico. Non è tuttavia considerata un’invasiva ad alto impatto: predilige il suolo nudo e arretra non appena la volta arborea si chiude, il che limita la sua avanzata nelle vegetazioni mature.

Coltivazione

La propagazione avviene per seme, estratto da frutti maturi, lavato e asciugato all’ombra. Non servono né stratificazione né scarificazione, e la germinazione si verifica di regola tra le due e le tre settimane con substrato umido e temperatura intorno ai 25 gradi Celsius. Le piantine sopportano il trapianto quando raggiungono la seconda coppia di foglie vere e attecchiscono rapidamente in pieno campo. Dalla messa a dimora alla prima raccolta di frutti maturi passano di solito da cinque a sette mesi.

La pianta esige pieno sole e un suolo fertile, profondo e ben drenato, con pH compreso tra 5,5 e 7,0, e risponde bene all’apporto di sostanza organica. La fascia termica ideale si colloca tra i 20 e i 30 gradi Celsius, e la piovosità adeguata tra gli 800 e i 2.500 millimetri annui, con irrigazione di soccorso nei periodi asciutti. Conviene un sesto d’impianto generoso, sia per il portamento aperto sia per comodità di gestione, dato che gli aculei rendono sgradevole qualunque lavoro tra file strette. Guanti in crosta e maniche lunghe sono attrezzatura di base per chi conduce la coltura.

I parassiti e le malattie sono quelli delle solanacee in generale, e la vicinanza di coltivazioni di melanzana, peperone o pomodoro favorisce il passaggio dell’inoculo. Meritano attenzione il ragnetto rosso (Tetranychus urticae), che colonizza la pagina inferiore delle foglie nei periodi caldi e asciutti, la mosca bianca (Bemisia tabaci), vettrice di begomovirus, l’avvizzimento batterico (Ralstonia solanacearum), che provoca un collasso rapido nei suoli umidi e mal drenati, e il crisomelide Diabrotica speciosa, defogliatore frequente in Brasile. La raccolta si esegue quando il frutto raggiunge il giallo oro pieno e il peduncolo inizia a seccare, recidendo con le forbici e mai per torsione, così da preservare il calice, che fa parte del valore decorativo.

Fenologia

In clima tropicale umido, fioritura e fruttificazione si sovrappongono e procedono in modo quasi continuo lungo tutto l’anno, tanto che uno stesso individuo mostra di norma boccioli, fiori aperti, frutti verdi e frutti maturi nello stesso momento. Nelle regioni a stagione secca marcata o nelle fasce subtropicali, il ciclo si concentra nella stagione calda e piovosa, e la pianta muore con le prime gelate.

Le antere poricide impongono un regime di impollinazione per vibrazione, che restringe i visitatori efficaci alle api capaci di sonicazione. I bombi dei generi Bombus e Xylocopa e le api senza pungiglione di maggiori dimensioni figurano tra gli impollinatori documentati per il gruppo, e l’andromonoecia comporta che buona parte dei fiori dell’infiorescenza funzioni solo da fonte di polline, senza dare frutto. La disseminazione è l’aspetto meno documentato della biologia della specie. Un frutto grande, dal pericarpo sodo e dalla polpa asciutta, non corrisponde al modello tipico della dispersione per opera degli uccelli, e si ammette la partecipazione dei mammiferi, il trasporto da parte dell’acqua nelle aree golenali e, soprattutto negli ultimi decenni, la dispersione antropocora legata al commercio ornamentale di frutti e semi.

Specie Affini e Confusioni

All’interno del clado Acanthophora, la Solanum mammosum si distingue dai parenti più prossimi per la combinazione di fiori più grandi e nettamente violetti, indumento fitto e morbido su foglie e fusti, e frutti grandi con base mammellonata. I punti di confusione più frequenti sono i seguenti:

  • Solanum aculeatissimum Jacq.: fiori bianchi e più piccoli, frutti globosi di 2-3 centimetri, verdi con striature che ingialliscono a maturità, privi di qualsiasi protuberanza basale.
  • Solanum capsicoides All.: il sosia più vicino per dimensione del frutto, ma la bacca è globosa e liscia, di tonalità arancione o rossa, e i semi sono vistosamente alati, carattere decisivo non appena il frutto viene aperto.
  • Solanum melongena L. (melanzana): portamento e foglie superficialmente simili, ma con aculei scarsi o assenti nelle cultivar, fiori solitari o in cime povere e frutti grandi, violacei o bianchi, senza protuberanze.
  • Solanum viarum Dunal: fiori bianchi, frutti globosi marmorizzati di circa 3 centimetri e aculei ancora più aggressivi, senza l’indumento vellutato di S. mammosum.

Vale la pena segnalare un punto di attenzione nomenclaturale per chi consulta fonti brasiliane: il nome popolare juá-bravo si applica tanto alla Solanum mammosum quanto alla Solanum viarum a seconda della regione, e jurubeba-do-pará circola per più di una specie del genere. In qualunque identificazione che conti, il binomio e i caratteri di frutto e seme valgono più del nome locale.

Fitochimica

La Solanum mammosum accumula glicoalcaloidi steroidei in tutti gli organi, con la concentrazione più alta nei frutti verdi e nelle foglie giovani. I composti caratteristici sono la solasonina e la solamargina, due triglicosidi che condividono lo stesso aglicone, la solasodina, e differiscono solo per la composizione della catena zuccherina. La solasodina è un alcaloide steroideo del tipo spirosolano, insolubile in acqua, e la sua abbondanza in questa specie fu il motivo per cui la pianta venne valutata, a partire dagli anni Settanta, come fonte vegetale di materia prima per l’industria della semisintesi degli steroidi nei tropici di bassa quota.

Oltre ai glicoalcaloidi, il profilo chimico descritto per la specie comprende saponine steroidee, diosgenina, fitosteroli e flavonoidi, tra cui il canferolo e la quercetina. La distribuzione di questi composti nella pianta non è uniforme: gli alcaloidi prevalgono in frutti e foglie, con un calo parziale del tenore durante la maturazione del frutto, mentre i flavonoidi si concentrano nelle foglie.

La presenza di questi glicoalcaloidi è il dato tossicologico centrale della specie. Frutti, foglie e fusti sono tossici, e l’ingestione provoca avvelenamento, con quadro gastrointestinale e coinvolgimento neurologico nei casi più gravi. La pianta non è commestibile e non va trattata come alimento in nessuna fase di maturazione. Il rischio vale allo stesso modo per cani, gatti e animali da reddito, e l’aspetto invitante del frutto maturo, dorato e grande quanto una piccola pera, è proprio ciò che rende la specie pericolosa nei giardini frequentati da bambini.

Storia ed Etnobotanica

La prima testimonianza europea consolidata della pianta è l’illustrazione di Leonard Plukenet del 1692, tratta da materiale raccolto alle Barbados, che Linneo avrebbe adottato come base del nome nel 1753. Lungo il Settecento la specie circolava già negli orti botanici europei come curiosità, e l’Ottocento moltiplicò i nomi pubblicati proprio perché il materiale coltivato variava per portamento, lobatura fogliare e numero di protuberanze del frutto, spingendo orticoltori e botanici a descrivere come specie nuove quella che era la variazione di una sola.

Nelle Americhe le fonti etnografiche documentano impieghi che non avevano nulla di alimentare. Le indagini del Novecento registrarono che popoli amazzonici, tra cui i Cofán, impiegavano il materiale vegetale contro gli scarafaggi e altri insetti domestici, e la revisione di Michael Nee sulla sezione Acanthophora, del 1979, raccoglie testimonianze sull’uso dei frutti come ittiotossico e come insetticida in diverse regioni dell’America centrale e del nord dell’America meridionale. Il succo del frutto fu inoltre descritto come agente di pulizia, adoperato alla stregua di un detergente. Tutti questi usi storici sono coerenti con il profilo in glicoalcaloidi della pianta e rafforzano, anziché contraddire, la lettura di una specie tossica.

La traiettoria asiatica è la più curiosa. Introdotta come ornamentale, la pianta ha ricevuto nomi propri in cinese, tra cui quelli che si leggono melanzana di latte e melanzana a cinque dita, e le protuberanze del frutto sono passate a essere lette come dita. Per associazione fonetica e visiva, il frutto è diventato emblema dell’espressione “cinque generazioni sotto lo stesso tetto”, e i rami fruttiferi hanno cominciato a comporre addobbi e alberi decorativi del Capodanno lunare, con il colore dorato associato alla prosperità. È per via di questo mercato che i frutti secchi della specie attraversano le frontiere ogni anno.

Una testimonianza divergente merita una nota, con riserva esplicita. Un censimento floristico di Cambogia e Vietnam pubblicato nel 2014 ha annotato il consumo locale dei frutti dopo cottura, un dato che gli stessi revisori del genere hanno definito sorprendente a fronte del profilo chimico della specie e dell’impiego dei frutti come insetticida in altre regioni. La letteratura tossicologica considera la pianta non commestibile, ed è questa la lettura che prevale.

Conservazione

La Solanum mammosum non dispone di una valutazione pubblicata nella Lista Rossa della IUCN e compare come non valutata (NE) nelle banche dati tassonomiche che registrano il dato. L’assenza di valutazione, in questo caso, non segnala una lacuna preoccupante: si tratta di una specie ad ampia distribuzione, dal comportamento ruderale, dal ciclo breve, dalla riproduzione abbondante per seme e dalla presenza consolidata in coltivazione commerciale nei cinque continenti tropicali, combinazione che la colloca al di fuori di qualunque categoria di rischio prevedibile.

La specie non compare negli allegati della CITES e non è inclusa nella lista ufficiale brasiliana delle specie della flora minacciate di estinzione. Le questioni di conservazione che la riguardano puntano nella direzione opposta a quella consueta: in alcune aree del Sud-est asiatico e in isole del Pacifico il monitoraggio si rivolge al suo potenziale di insediamento nelle aree degradate, e le raccomandazioni locali scoraggiano di gettare frutti ornamentali in ambiente naturale. Per chi la coltiva fuori dall’areale nativo, la pratica responsabile consiste nel rimuovere i frutti prima che si disfino al suolo.

Curiosità

  • Il nome scientifico è stato fissato a partire da un’incisione e non da una pianta essiccata: il lectotipo designato nel 1990 è l’illustrazione di Plukenet del 1692, un caso in cui l’immagine ha pieno valore nomenclaturale.
  • Nella letteratura botanica esistono due Solanum mammosum. Quello di Linneo, del 1753, è il nome valido; quello di João de Loureiro, pubblicato nel 1790 nella Flora Cochinchinensis, è un omonimo posteriore e non designa questa pianta.
  • La lettura culturale del frutto cambia radicalmente a seconda della lingua. In portoghese e in spagnolo le protuberanze sono diventate mammelle e capezzoli; in cinese sono diventate dita, e il frutto è passato a simboleggiare cinque generazioni che convivono sotto lo stesso tetto.
  • Le antere non si aprono per fessure, come nella maggior parte dei fiori, ma attraverso pori minuscoli all’apice. Il polline esce soltanto quando un’ape afferra il cono di antere e fa vibrare la muscolatura toracica, meccanismo che esclude la maggior parte dei visitatori floreali.
  • I frutti seccano senza avvizzire né perdere il colore, il che spiega la loro carriera nelle composizioni floreali durevoli e l’esistenza di un commercio internazionale di frutti disidratati della specie.

Avviso: questo contenuto è informativo e non sostituisce il parere di un professionista sanitario. Consultare un medico o un fitoterapeuta prima di usare piante medicinali, soprattutto in gravidanza, durante l’allattamento o in caso di assunzione di farmaci.

Riferimenti e Studi Scientifici

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  1. Flora e Funga do Brasil. Solanum mammosum L. Jardim Botânico do Rio de Janeiro.
  2. GBIF Secretariat. GBIF Backbone Taxonomy: Solanum mammosum L. Global Biodiversity Information Facility.
  3. IPNI. International Plant Names Index: Solanum mammosum L., Sp. Pl. 1: 187. 1753. Royal Botanic Gardens Kew, Harvard University Herbaria e Australian National Botanic Gardens.
  4. 1990 Knapp, S.; Jarvis, C. E. The typification of the names of New World Solanum species described by Linnaeus. Botanical Journal of the Linnean Society, v. 104, p. 325-367. 1990.
  5. Linnaeus, C. Species Plantarum, v. 1, p. 187. Stoccolma. 1753.
  6. 1979 Nee, M. Patterns in biogeography in Solanum, section Acanthophora. In: Hawkes, J. G.; Lester, R. N.; Skelding, A. D. (Eds.). The Biology and Taxonomy of the Solanaceae. Londra: Academic Press. 1979.
  7. POWO. Plants of the World Online: Solanum mammosum L. Royal Botanic Gardens, Kew.
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  9. 1977 Telek, L.; Delpin, H.; Cabanillas, E. Solanum mammosum as a source of solasodine in the lowland tropics. Economic Botany, v. 31, p. 120-128. 1977.
  10. 2016 Vorontsova, M. S.; Knapp, S. A revision of the spiny solanums, Solanum subgenus Leptostemonum (Solanaceae), in Africa and Madagascar. Systematic Botany Monographs, v. 99. 2016.
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