Solanum melongena (Melanzana): Profilo Botanico Completo

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La melanzana (Solanum melongena L.) è una delle solanacee coltivate di maggior peso economico del pianeta e, allo stesso tempo, una delle colture domesticate più antiche del continente asiatico. Appartiene alla famiglia delle Solanaceae, lo stesso raggruppamento botanico della patata, del peperone e del pomodoro, e si colloca nel sottogenere Leptostemonum, la linea nota come solani spinosi. Ciò che la distingue all’interno di quel gruppo è la combinazione fra frutti voluminosi e carnosi, una rarità fra parenti selvatici dalle bacche minute, e una marcata riduzione degli aculei ottenuta nel corso di millenni di selezione umana.

Melanzana (Solanum melongena), solanacea del sottogenere Leptostemonum, riconoscibile per i frutti voluminosi e carnosi, insoliti in quel gruppo di solani spinosi.
Solanacea del sottogenere Leptostemonum, riconoscibile per i frutti voluminosi e carnosi, insoliti in quel gruppo di solani spinosi.

La specie ha origine nell’Asia meridionale e sudorientale, regione in cui si incontra ancora il suo progenitore selvatico, Solanum insanum L., e da cui è partita lungo rotte commerciali che la portarono dapprima nel mondo persiano e arabo, poi nel Mediterraneo e, secoli più tardi, nelle Americhe. Il subcontinente indiano resta il principale serbatoio di diversità genetica della coltura, con centinaia di varietà locali che differiscono per forma, colore, dimensione e grado di spinescenza.

Dal punto di vista botanico la melanzana è notevole per tre ragioni. La prima è la straordinaria plasticità del frutto, che percorre l’intero spettro fra sfere di tre centimetri e cilindri serpentiformi di quaranta, all’interno di un unico binomio. La seconda è la persistenza di una barriera riproduttiva debole con le specie selvatiche affini, che produce un flusso genico ricorrente e complica la delimitazione tassonomica del complesso. La terza è il suo ruolo di modello sperimentale negli studi sulla domesticazione, dato che la storia della coltura è ragionevolmente documentata in testi sanscriti, cinesi e arabi.

Tassonomia

Il nome accettato della specie è Solanum melongena L., pubblicato da Carl Linnaeus in Species Plantarum, volume 1, pagina 186, nel 1753. La registrazione compare nell’International Plant Names Index con l’identificativo 820053-1. Conviene osservare che esiste un omonimo posteriore illegittimo, Solanum melongena Wall. (1831), privo di validità nomenclaturale per questa specie.

Classificazione Completa

  • Regno: Plantae
  • Divisione: Magnoliophyta (angiosperme)
  • Classe: Magnoliopsida (eudicotiledoni)
  • Ordine: Solanales
  • Famiglia: Solanaceae Juss.
  • Sottofamiglia: Solanoideae
  • Genere: Solanum L., 1753
  • Sottogenere: Leptostemonum Bitter
  • Specie: Solanum melongena L., 1753

Sinonimi Accettati

La lunga vicenda colturale ha prodotto descrizioni indipendenti di forme locali, che la tassonomia moderna ha riunito sotto un nome solo. Fra i sinonimi riconosciuti nelle banche dati tassonomiche di riferimento figurano:

  • Melongena esculenta (Dunal) Grecescu
  • Melongena incurva Mill.
  • Melongena ovata Mill.
  • Melongena teres Mill.
  • Solanum edule Schumach. & Thonn.
  • Solanum esculentum Dunal
  • Solanum indicum Roxb.
  • Solanum longum Roxb.
  • Solanum oviferum Salisb.
  • Solanum ovigerum Dunal
  • Solanum pseudoundatum Blume
  • Solanum sativum Dunal

Un punto che merita attenzione è il trattamento di Solanum insanum L. La revisione monografica dei solani spinosi dell’Asia tropicale mantiene quel taxon come specie accettata e distinta, corrispondente alla popolazione selvatica da cui la melanzana discende. Altri autori preferiscono degradarlo a Solanum melongena subsp. insanum (L.) Banfi, Galasso & Bartolucci, pubblicato nel 2017. Le due letture convivono nella letteratura attuale, e la scelta dipende dal peso che si attribuisce al flusso genico continuo fra le forme coltivate e quelle inselvatichite.

Etimologia del Binomio

L’origine del nome generico Solanum è incerta. L’ipotesi più ripetuta nella letteratura classica associa la parola al latino solamen, nel senso di conforto o sollievo, sebbene nessuna derivazione goda di un solido appoggio documentario. L’epiteto melongena viene dal latino medievale, forma latinizzata dell’italiano melanzana, che a sua volta risale all’arabo badinjan, ripreso dal persiano badingan e, all’origine più remota, dal sanscrito vatingana. La parola italiana melanzana percorse quella stessa via e giunse attraverso l’arabo, il che fa del nome comune una testimonianza linguistica della rotta di diffusione della pianta stessa.

Descrizione Morfologica della Melanzana

La melanzana è un’erba robusta o un suffrutice di vita breve, perenne nei climi caldi e condotta come annuale nell’orticoltura commerciale. L’altezza varia fra 40 e 150 centimetri, con rilievi fino a due metri in coltura protetta e ciclo prolungato. Il portamento è eretto, con ramificazione simpodiale a partire da una prima biforcazione ben marcata, e tutta la parte aerea presenta un indumento di tricomi stellati, carattere costante del sottogenere Leptostemonum e assai utile per il riconoscimento in campo.

Foglie

  • Colore: verde scuro sulla pagina superiore, più chiaro e grigiastro su quella inferiore, per la densità dell’indumento
  • Disposizione: alterne, semplici, prive di stipole
  • Forma: ovate od oblungo-ovate, con margine irregolarmente lobato o sinuato e base asimmetrica
  • Indumento: tricomi stellati con 4-8 raggi, che conferiscono una tessitura vellutata
  • Larghezza: 5-15 centimetri
  • Lunghezza: 10-25 centimetri
  • Picciolo: robusto, di 3-8 centimetri, talvolta aculeato

Le varietà primitive e le forme inselvatichite portano aculei sulla nervatura principale e su quelle secondarie. Nei cultivar moderni tali aculei sono stati ridotti o eliminati dalla selezione, e quando persistono raramente superano il mezzo millimetro di larghezza alla base.

Fiori

  • Antere: cinque, gialle, connate a cono attorno allo stilo, con deiscenza per poro apicale
  • Calice: cinque lobi, persistente e accrescente, che forma la corona visibile alla base del frutto raccolto
  • Colore: violetto chiaro o violetto intenso, con centro giallo dato dal cono di antere
  • Diametro: 3-5 centimetri
  • Forma: corolla rotata, pentalobata, con lobi parzialmente uniti da tessuto interlobare
  • Infiorescenza: cima ridotta, con un fiore maggiore a stilo lungo e alcuni fiori minori a stilo corto e funzione maschile
  • Sessualità: fiori ermafroditi, con eterostilia funzionale all’interno della stessa infiorescenza

Frutti e Semi

Il frutto è una bacca carnosa, mai una capsula, e la sua variazione morfologica è la più ampia registrata fra gli ortaggi da frutto.

  • Colore: viola scuro nella maggior parte dei cultivar, ma anche bianco, verde, giallo, arancione o striato in due colori
  • Diametro: 3-15 centimetri
  • Forma: globosa, ovoide, piriforme, cilindrica o serpentiforme
  • Lunghezza: 3-40 centimetri
  • Peso: 30 grammi nei tipi miniatura fino a oltre 1.000 grammi in quelli globosi
  • Polpa: biancastra e spugnosa, con ampi spazi intercellulari che imbruniscono per ossidazione enzimatica una volta esposti all’aria

I semi sono numerosi, discoidi o reniformi, appiattiti, con diametro di 2-4 millimetri e tegumento giallastro o bruno chiaro. Sono immersi nella polpa placentare e diventano più rigidi e scuri man mano che il frutto passa dal punto di raccolta orticolo alla maturazione fisiologica, quando la buccia perde lucentezza e assume toni giallastri o bruni.

Radice e Fusto

L’apparato radicale è fittonante, con radice principale capace di raggiungere 60-90 centimetri nei suoli profondi e sciolti e una fitta maglia laterale concentrata nei primi 30 centimetri. Tale distribuzione spiega la sensibilità della coltura sia al ristagno superficiale sia ai nematodi galligeni. Il fusto è legnoso alla base nelle piante a ciclo lungo, cilindrico, coperto dallo stesso indumento stellato delle foglie, e può presentare aculei sparsi nelle forme meno domesticate.

Distribuzione e Habitat

L’areale nativo registrato nelle banche dati tassonomiche di riferimento comprende l’Oceano Indiano occidentale e l’Asia tropicale e subtropicale, fra cui Assam, Bangladesh, Borneo, Cina centromeridionale e sudorientale, Filippine, Hainan, Himalaya orientale e occidentale, India, Giava, Laos, Madagascar, Malesia peninsulare, Mauritius, Myanmar, Pakistan, Piccole Isole della Sonda, Riunione, Sri Lanka, Sulawesi, Thailandia e Vietnam. Al di fuori di quella fascia, la presenza della specie deriva da introduzione umana a scopo colturale.

Oggi la melanzana si coltiva in pressoché tutte le regioni tropicali, subtropicali e temperate calde, oltre che in serra alle latitudini elevate. La produzione mondiale supera i 55 milioni di tonnellate l’anno, con la Cina che assicura la parte maggiore del volume e l’India in seconda posizione. In Brasile la coltura si concentra nella cintura orticola delle grandi metropoli del Sud-Est, con São Paulo, Minas Gerais e Rio de Janeiro in testa, in un sistema di orticoltura periurbana. La Flora e Funga do Brasil registra la specie come coltivata sul territorio brasiliano, senza naturalizzazione consolidata.

Le esigenze ambientali sono strette quanto a temperatura e ampie quanto a suolo. La fascia termica ottimale si colloca fra 22 e 30 gradi Celsius di giorno e fra 18 e 22 gradi di notte; sotto i 10 gradi la pianta subisce danni fogliari e arresta la crescita, e le gelate risultano letali. Predilige suoli profondi, fertili, ben drenati e ricchi di sostanza organica, con pH fra 5,5 e 7,0, e tollera tessiture dalla sabbiosa all’argillosa purché il drenaggio sia adeguato. La coltivazione va dal livello del mare fino a circa 1.200 metri di quota, con necessità di protezione al di sopra. Popolazioni inselvatichite e semiselvatiche si incontrano in aree disturbate dell’Asia meridionale e sudorientale, ma la specie non figura fra le piante invasive di rilievo globale.

Coltivazione

La propagazione commerciale avviene per seme, seminato in vassoi alveolati e trapiantato quando le piantine raggiungono quattro-sei foglie vere, cosa che di norma accade fra 30 e 45 giorni dopo la semina. La germinazione si compie in 7-14 giorni a temperature fra 25 e 30 gradi Celsius, al di sotto delle quali il processo diventa lento e disforme. Una tecnica che ha guadagnato spazio negli ultimi decenni è l’innesto su portinnesti resistenti, con Solanum torvum Sw. come il più impiegato perché unisce tolleranza ai nematodi e all’avvizzimento batterico a un buon vigore.

Il pieno sole è condizione indispensabile, con almeno otto ore giornaliere di luce diretta. Il fabbisogno idrico lungo un ciclo di quattro-sei mesi si colloca fra 500 e 1.200 millimetri, e l’irrigazione di soccorso è la regola nella maggior parte delle regioni produttrici, poiché il deficit idrico durante la fruttificazione provoca cascola fiorale e frutti deformi. La distanza d’impianto abituale va da 1,0 a 1,2 metri fra le file e da 0,5 a 0,7 metri sulla fila. L’allevamento si fa su due-quattro fusti principali, con scacchiatura sotto la prima biforcazione e sostegno mediante paletti o filo, dato il peso che i frutti raggiungono.

Fra i parassiti più rilevanti si contano l’acaro bianco (Polyphagotarsonemus latus), che provoca accartocciamento e argentatura delle foglie giovani; la piccola tignola del frutto (Neoleucinodes elegantalis), avversità chiave nelle colture brasiliane; la mosca bianca (Bemisia tabaci), vettrice di geminivirus; i nematodi galligeni (Meloidogyne spp.); e gli afidi (Aphis gossypii e Myzus persicae). Sul fronte delle malattie, l’avvizzimento batterico causato da Ralstonia solanacearum è il più distruttivo nei suoli tropicali e non dispone di alcun controllo chimico efficace, il che rende i portinnesti resistenti e la rotazione colturale le strategie centrali. Antracnosi (Colletotrichum spp.), verticilliosi (Verticillium dahliae) e marciumi causati da Phytophthora capsici completano il quadro fitosanitario.

La raccolta si effettua quando il frutto raggiunge circa due terzi della dimensione finale del cultivar, con buccia ancora soda, liscia e lucida. La perdita di lucentezza e l’ingiallimento segnalano che la maturazione fisiologica è avanzata e che i semi si sono ormai induriti. Poiché il peduncolo è legnoso e il calice spesso aculeato, la raccolta si esegue con le forbici e non per torsione manuale.

Fenologia

In condizioni tropicali la fioritura è continua finché la temperatura si mantiene nella fascia favorevole, e la pianta porta fiori e frutti in stadi diversi nello stesso momento. Il primo bocciolo compare di norma fra 50 e 70 giorni dopo la semina, e l’intervallo fra antesi e punto di raccolta varia da 20 a 30 giorni, accorciandosi con il caldo. Nelle regioni a stagione fredda definita il ciclo si comporta da annuale, con fioritura concentrata nei mesi caldi.

Le antere poricide impongono un regime di impollinazione vibratile: il polline viene liberato soltanto quando il fiore è sottoposto a una vibrazione di frequenza adeguata, comportamento proprio di api di determinati gruppi. I bombi del genere Bombus e le api legnaiole del genere Xylocopa sono i visitatori più citati, e in coltura protetta l’introduzione di colonie allevate innalza l’allegagione. La specie è prevalentemente autogama, con tassi di incrocio naturale che la letteratura colloca fra valori bassi e circa il 30 per cento, a seconda della densità di impollinatori e del cultivar.

La dispersione naturale dipende da animali che consumano il frutto maturo ed espellono i semi intatti, meccanismo ancora osservabile nelle popolazioni inselvatichite asiatiche. In coltura, tuttavia, la dispersione è interamente umana, e lo stesso punto di raccolta orticolo, anteriore alla maturazione dei semi, interrompe il ciclo riproduttivo prima che si completi.

Specie Affini e Confusioni

Il genere Solanum riunisce oltre 1.200 specie accettate ed è il più ampio fra le angiosperme, da cui derivano confusioni frequenti negli orti, nei giardini e nelle aree di margine. Le distinzioni più utili sono le seguenti:

  • Solanum aethiopicum L.: la melanzana africana, dai frutti piccoli che maturano in rosso o arancione e dal calice meno accrescente. Comprende le forme commercializzate in Brasile come jiló.
  • Solanum incanum L.: specie selvatica del Nord Africa e del Medio Oriente, con frutti gialli di pochi centimetri e aculei abbondanti. Parente stretta, impiegata nel miglioramento genetico.
  • Solanum insanum L.: il progenitore selvatico, riconoscibile per gli aculei numerosi e larghi alla base, distribuiti su fusti, piccioli e calici, e per i frutti piccoli e amari.
  • Solanum linnaeanum Hepper & P.-M.L.Jaeger: arbusto mediterraneo dai frutti gialli globosi, comune nelle aree costiere disturbate.
  • Solanum macrocarpon L.: il gboma, coltivato nell’Africa tropicale, con foglie più grandi e spesse e calice fortemente accrescente che avvolge buona parte del frutto.
  • Solanum mammosum L.: specie neotropicale dai frutti arancioni con protuberanze mammiformi inconfondibili. I frutti sono tossici e non vanno ingeriti in nessuna circostanza, il che ne fa la confusione più pericolosa dell’elenco.
  • Solanum paniculatum L.: la jurubeba, arbusto originario del Brasile dai frutti sferici di 1-2 centimetri, giallo-verdastri e assai più ricchi di semi di quelli della melanzana.
  • Solanum torvum Sw.: arbusto che supera i tre metri, con frutti piccoli riuniti in grappoli e foglie più incise. Ampiamente impiegato come portinnesto.

Il criterio diagnostico più affidabile per separare la melanzana coltivata dai suoi parenti selvatici è la combinazione fra frutto grande e carnoso e assenza o forte riduzione degli aculei. Le plantule, invece, risultano praticamente indistinguibili a occhio nudo, e un riconoscimento sicuro allo stadio giovanile impone di attendere la fruttificazione.

Fitochimica

Il profilo chimico della melanzana segue lo schema delle solanacee del sottogenere Leptostemonum, con una forte compartimentazione fra organi. I principali gruppi di composti e la loro distribuzione nella pianta sono i seguenti.

Gli acidi idrossicinnamici dominano la frazione fenolica del frutto, e l’acido clorogenico rappresenta la parte maggiore di quell’insieme, concentrandosi nella polpa. È questo composto a partecipare alle reazioni di imbrunimento che si osservano quando la polpa viene tagliata ed esposta all’aria, in presenza di polifenolossidasi.

Le antocianine si limitano all’epidermide del frutto e ne determinano la colorazione. Nei cultivar viola il pigmento predominante è la nasunina, un derivato acilato della delfinidina, assente nei cultivar bianchi e verdi, la cui colorazione dipende da clorofille residue o dall’assenza di pigmentazione.

I glicoalcaloidi steroidei, soprattutto solamargina e solasonina, si concentrano in foglie, fusti, germogli e frutti immaturi, e scendono a livelli bassi nella polpa dei frutti raccolti al punto orticolo. Qui vale una precisazione di sicurezza che non è storica ma attuale: le parti vegetative della melanzana contengono tali glicoalcaloidi in quantità tossica, e l’ingestione di foglie, fusti o germogli provoca intossicazione nelle persone e negli animali domestici. L’ASPCA classifica le specie di Solanum, melanzana compresa, come tossiche per cani, gatti e cavalli, e il rischio ricade proprio sulle porzioni verdi della pianta.

Completano il quadro le saponine steroidee, presenti a bassa concentrazione nei frutti e più marcate nelle radici; i tricomi stellati, la cui funzione è strutturale e non chimica; e la frazione minerale del frutto, nella quale il potassio è l’elemento più abbondante.

Storia ed Etnobotanica

Le testimonianze scritte più antiche della melanzana compaiono in testi sanscriti del subcontinente indiano, e la letteratura agronomica cinese la menziona fin dai primi secoli dell’era comune, il che colloca la domesticazione fra due e quattro millenni fa. Un dato che gli storici dell’agricoltura amano sottolineare è che i cultivar cinesi antichi descritti in quei testi erano piccoli e biancastri, ben lontani dai frutti grandi e viola che oggi si associano alla specie.

La pianta giunse in Persia e nel mondo arabo intorno all’VIII secolo, e i cuochi del califfato abbaside la inserirono nel repertorio di corte, con ricettari del periodo che registrano decine di preparazioni a base del frutto arrostito o stufato. Fu per quella via che la melanzana raggiunse il Mediterraneo, diffondendosi in Al-Andalus e in Sicilia fra il X e il XII secolo, il che spiega l’origine araba dei nomi vernacolari iberici.

Nell’Europa medievale e rinascimentale l’accoglienza fu ostile. Gli erbari dell’epoca associavano il frutto a febbri, malinconia e turbamento mentale, e la forma italiana mala insana, cioè mela insana, cristallizzò quella diffidenza nel nome stesso. I botanici del Cinquecento registravano la pianta soprattutto come curiosità da giardino. L’accettazione culinaria si consolidò dapprima in Italia e in Spagna nel corso del Seicento, e raggiunse la Francia e il Nord Europa soltanto nel Settecento.

Nelle Americhe l’introduzione avvenne con la colonizzazione iberica, e i popoli africani ridotti in schiavitù e portati in Brasile e nei Caraibi integrarono il frutto in tradizioni culinarie proprie, in un processo di appropriazione che l’etnobotanica storica documenta nei ricettari coloniali. In India e nel Sud-Est asiatico le comunità rurali mantennero per generazioni varietà locali selezionate per caratteri specifici di forma, colore e sapore, un patrimonio oggi riconosciuto come base della diversità della coltura.

Sul piano della storia botanica, Linnaeus descrisse la specie nel 1753 a partire da materiale coltivato nei giardini europei, e il botanico francese Michel Félix Dunal pubblicò nel 1813 la prima monografia dettagliata del genere Solanum, fissando basi di classificazione infragenerica che la tassonomia moderna ha rivisto senza abbandonarle del tutto.

Conservazione

Solanum melongena non dispone di una valutazione pubblicata nella Lista Rossa dell’IUCN, situazione attesa per una specie la cui esistenza attuale dipende interamente dalla coltivazione umana e le cui popolazioni selvatiche vengono attribuite a taxa distinti. Lo status registrato è dunque NE, non valutata. La specie non compare nemmeno negli allegati della CITES, e non esiste alcuna restrizione internazionale al suo commercio.

La preoccupazione conservazionistica rilevante non ricade sulla specie nel suo insieme, bensì sulla diversità che essa racchiude. La sostituzione accelerata delle varietà locali con ibridi commerciali uniformi riduce la base genetica disponibile per il miglioramento, fenomeno documentato con chiarezza nel subcontinente indiano e nel Sud-Est asiatico, dove l’erosione delle varietà tradizionali è avanzata negli ultimi decenni. Le collezioni ex situ fanno da contrappeso: il World Vegetable Center, a Taiwan, conserva una delle maggiori raccolte mondiali di germoplasma di melanzana, e banche nazionali in Francia, India e Spagna custodiscono accessioni complementari.

I parenti selvatici meritano un’attenzione specifica. Solanum incanum, Solanum insanum e Solanum linnaeanum costituiscono riserve genetiche per caratteri di resistenza a stress biotici e abiotici, e la perdita di habitat nelle loro aree di presenza naturale compromette direttamente il potenziale futuro di miglioramento della coltura.

Curiosità

  • Il nome inglese eggplant, letteralmente pianta dell’uovo, non descrive la melanzana viola comune, bensì i cultivar bianchi e ovoidi giunti in Inghilterra nel Settecento, i cui frutti ricordavano uova di gallina appese alla pianta.
  • Ciò che si raccoglie come ortaggio è botanicamente una bacca, la stessa categoria di frutto dell’uva e del pomodoro, e i semi che la polpa contiene sono pienamente vitali quando il frutto raggiunge la maturazione fisiologica.
  • La corona spinosa alla base del frutto non fa parte del frutto: è il calice del fiore, che resta attaccato e continua a crescere dopo la fecondazione, condizione detta calice accrescente.
  • Il fiore di melanzana libera il polline soltanto sotto vibrazione di frequenza specifica, meccanismo che esclude l’ape europea come impollinatrice efficiente e spiega perché le serre commerciali ricorrano a colonie di bombi.
  • La polpa imbrunisce in pochi minuti una volta tagliata perché le sue cellule immagazzinano composti fenolici che reagiscono con l’ossigeno in presenza di enzimi liberati dal taglio, lo stesso principio che fa scurire mele e patate.

Avviso: questo contenuto è informativo e non sostituisce il parere di un professionista sanitario. Consultare un medico o un fitoterapeuta prima di usare piante medicinali, soprattutto in gravidanza, durante l’allattamento o in caso di assunzione di farmaci.

Riferimenti e Studi Scientifici

12 Riferimenti Citati

Basato su 12 riferimenti citati (2 Peer-Reviewed, 10 Complementari).

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Studi Scientifici Peer-Reviewed (2)

  1. DOI2019 Page, A., Gibson, J., Meyer, R. S., Chapman, M. A. Eggplant domestication: pervasive gene flow, feralization, and transcriptomic divergence. Molecular Biology and Evolution, 36(7), 1359-1372. 2019. ↗
  2. DOI2017 Ranil, R. H. G., Prohens, J., Aubriot, X., Niran, H. M. L., Plazas, M., Fonseka, R. M., Vilanova, S., Fonseka, H. H., Gramazio, P., Knapp, S. Solanum insanum L., the neglected wild progenitor of eggplant. Genetic Resources and Crop Evolution, 64, 1707-1722. 2017. ↗

Letture Complementari (10)

  1. 2018 Aubriot, X., Knapp, S., Syfert, M. M., Poczai, P., Buerki, S. Shedding new light on the origin and spread of the brinjal eggplant. American Journal of Botany, 105(7), 1175-1187. 2018.
  2. 2007 Daunay, M.-C., Janick, J. History and iconography of eggplant. Chronica Horticulturae, 47(3), 16-22. 2007.
  3. Dunal, M.-F. Histoire naturelle, medicale et economique des Solanum. Paris. 1813. ↗
  4. Flora e Funga do Brasil. Solanum melongena L. Jardim Botanico do Rio de Janeiro. ↗
  5. Global Biodiversity Information Facility. Solanum melongena L. GBIF Backbone Taxonomy. ↗
  6. International Plant Names Index. Solanum melongena L., Sp. Pl. 1: 186 (1753), registrazione 820053-1. ↗
  7. 2013 Knapp, S., Vorontsova, M. S., Prohens, J. Wild relatives of the eggplant: new understanding of species names in a complex group. PLoS ONE, 8(2), e57039. 2013.
  8. Linnaeus, C. Species Plantarum, vol. 1, p. 186. Stoccolma. 1753. ↗
  9. Plants of the World Online. Solanum melongena L. Royal Botanic Gardens, Kew. ↗
  10. 2016 Vorontsova, M. S., Knapp, S. A revision of the spiny solanums of Africa and Madagascar. Systematic Botany Monographs, 99, 1-436. 2016.
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