Aloe vera: profilo botanico, proprietà e usi tradizionali

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L’Aloe vera è una succulenta perenne della famiglia Asphodelaceae che forma una rosetta basale compatta di foglie spesse e rigide, con denti bianchi e duri lungo i margini e quasi sempre priva di fusto visibile. La specie è originaria della penisola arabica e oggi si incontra, coltivata o naturalizzata, in quasi tutta la fascia tropicale e subtropicale del pianeta, il che ne ha fatto una delle sagome vegetali più riconoscibili al mondo e, allo stesso tempo, una delle più confuse.

Rosetta basale compatta di Aloe vera, succulenta perenne dalle foglie spesse e rigide, con duri denti bianchi lungo i margini.
Succulenta perenne che forma una rosetta basale compatta di foglie spesse e rigide, con duri denti bianchi lungo i margini.

Il genere Aloe riunisce circa 600 specie concentrate nell’Africa continentale, in Madagascar, nella penisola arabica e nelle isole dell’oceano Indiano. All’interno di questo insieme così ampio l’Aloe vera occupa una posizione singolare. È di gran lunga la specie più coltivata del gruppo eppure quella le cui popolazioni genuinamente selvatiche risultano più difficili da delimitare, perché secoli di trasporto umano hanno mescolato l’areale naturale con quello coltivato al punto da renderli quasi indistinguibili sul terreno.

Questo profilo tratta esclusivamente la botanica della specie: nomenclatura e sinonimia, morfologia comparata, distribuzione, esigenze colturali, fenologia, composizione chimica descrittiva, documentazione storica e situazione di conservazione.

Per gli usi tradizionali, le proprietà e le forme di preparazione di questa pianta, consulta l’articolo Aloe Vera – Usi, Benefici e Rimedi Naturali.

Tassonomia

La classificazione che segue si attiene al sistema APG IV e al trattamento accolto dai Royal Botanic Gardens di Kew.

  • Regno: Plantae
  • Clade: angiosperme
  • Clade: monocotiledoni
  • Ordine: Asparagales
  • Famiglia: Asphodelaceae
  • Sottofamiglia: Asphodeloideae
  • Genere: Aloe L., 1753
  • Specie: Aloe vera (L.) Burm.f., 1768

Il binomio accettato fu pubblicato da Nicolaas Laurens Burman nella Flora Indica, nel 1768. Il suo basionimo è Aloe perfoliata var. vera L., stabilito da Linneo nella prima edizione dello Species Plantarum, del 1753, e la scheda corrispondente nell’International Plant Names Index porta l’identificatore 530017-1. La collocazione familiare è cambiata più volte nel corso del ventesimo secolo: il genere Aloe fu dapprima assegnato alle Liliaceae, poi alle Aloeaceae e più tardi alle Xanthorrhoeaceae, prima che l’uso attuale fissasse Asphodelaceae come nome corretto della famiglia.

La sinonimia accumulata è ampia, esito prevedibile per una specie descritta più volte a partire da materiale coltivato in regioni diverse. I nomi che seguono sono oggi trattati come sinonimi eterotipici od omotipici del nome accettato.

  • Aloe barbadensis Mill.
  • Aloe chinensis (Haw.) Baker
  • Aloe elongata Murray
  • Aloe flava Pers.
  • Aloe indica Royle
  • Aloe lanzae Tod.
  • Aloe perfoliata var. barbadensis (Mill.) Aiton
  • Aloe perfoliata var. vera L.
  • Aloe rubescens DC.
  • Aloe vulgaris Lam.

Fra tutti, Aloe barbadensis Mill. merita una nota a parte perché continua a circolare sulle etichette commerciali e nella letteratura tecnica più datata, spesso come se indicasse una specie distinta. L’epiteto barbadensis rimanda alle Barbados, isola dove la pianta veniva coltivata su larga scala nel diciottesimo secolo, e non segnala alcuna origine caraibica.

Sul piano etimologico il nome generico Aloe deriva probabilmente dall’arabo alloeh o dall’ebraico ahal, entrambi legati a una sostanza amara. L’epiteto vera significa vera in latino e fu applicato per distinguere questa pianta dalle altre specie di aloe che rifornivano il commercio europeo delle droghe vegetali.

Descrizione morfologica

Si tratta di un’erba succulenta perenne, acaule o con fusto molto breve, che dispone le foglie in una rosetta basale densa e leggermente spiralata. Gli esemplari adulti raggiungono i 60 o 100 centimetri di altezza, e l’emissione continua di getti laterali fa sì che un singolo individuo finisca per formare cespi compatti di più rameti clonali.

Foglie

Le foglie sono lineari lanceolate, molto carnose, e si assottigliano gradualmente verso l’apice. Misurano da 30 a 60 centimetri di lunghezza nelle piante mature, da 6 a 10 centimetri di larghezza alla base e da 2 a 3 centimetri di spessore nella porzione basale. Il colore varia dal verde chiaro al verde glauco e si scurisce o vira al rossastro sotto forte insolazione e deficit idrico. I margini portano denti bianchi, duri e cartilaginei, distanziati di 1 o 2 centimetri. Le piante giovani mostrano di norma macule bianche allungate sulla superficie fogliare, segni che scompaiono man mano che l’individuo matura.

In sezione trasversale la foglia rivela tre zone anatomiche ben distinte. L’epidermide esterna è cutinizzata e fotosintetica, con stomi infossati. Subito al di sotto si colloca uno strato di cellule pericicliche allungate, associate ai fasci vascolari, che secerne un essudato giallo ricco di antrachinoni. Il centro è occupato da un voluminoso parenchima acquifero a cellule grandi e pareti sottili, la cui mucillagine incolore costituisce la maggior parte della massa fogliare.

Fiori

L’infiorescenza è un racemo terminale denso sostenuto da uno scapo che emerge dal centro della rosetta e raggiunge i 60 o 120 centimetri, talvolta ramificato nella parte superiore. I fiori sono tubulosi e penduli, lunghi da 2,5 a 3,5 centimetri, e variano dal giallo pallido all’arancione. Il perianzio è formato da sei tepali parzialmente saldati, e sei stami proiettano i filamenti leggermente oltre il tubo florale durante l’antesi. L’ovario è supero e tricarpellare. L’impollinazione dipende da insetti e da uccelli nettarivori, ruolo svolto dalle nettarinie nell’areale d’origine e dai colibrì in buona parte delle regioni americane dove la pianta è stata introdotta.

Frutti e semi

Il frutto è una capsula secca, loculicida e triloculare, che si apre in tre valve a maturità e libera numerosi semi piccoli, angolosi e a tegumento scuro, spesso dotati di un’ala stretta. La fruttificazione risulta rara in coltura. I cloni commerciali più diffusi presentano bassa fertilità e, per giunta, la moltiplicazione vegetativa è tanto efficiente che la via sessuata quasi non viene sollecitata né nelle piantagioni né nei giardini domestici.

Radice e fusto

Il fusto si riduce a una base corta e un poco lignificata, spesso nascosta sotto la guaina delle foglie inferiori. L’apparato radicale è fascicolato e nettamente superficiale, con la gran parte delle radici concentrata nei primi 20 o 30 centimetri di suolo. Questa architettura è tipica delle piante adattate a piogge scarse e irregolari, poiché consente di sfruttare le precipitazioni leggere prima che l’acqua evapori. Il rovescio della medaglia è severo: un ristagno prolungato fa marcire rapidamente sia le radici sia la base delle foglie.

Distribuzione e habitat

L’areale nativo della specie è circoscritto alla penisola arabica, con segnalazioni in Oman e nello Yemen, arcipelago di Socotra compreso. Tutto ciò che esiste al di fuori corrisponde a popolazioni introdotte, coltivate o naturalizzate, oggi presenti nel bacino del Mediterraneo, in Macaronesia, nell’Africa settentrionale, nei Caraibi, in America centrale, in buona parte dell’America meridionale tropicale, in India, nel sud est asiatico e in Australia. In Brasile la pianta si è insediata negli orti e nei terreni rimaneggiati di tutto il paese, con concentrazione maggiore nel semiarido del nordest.

L’habitat tipico corrisponde a pendici rocciose e pianure sabbiose di clima arido o semiarido, su suoli pietrosi o francamente sabbiosi, sempre ben drenati. L’ampiezza altitudinale va dal livello del mare fino a circa 1.500 metri. La specie tollera una salinità moderata, il che spiega la sua presenza frequente lungo le fasce litoranee, e sopporta lunghi periodi senza pioggia grazie alla riserva idrica accumulata nel parenchima fogliare.

Coltivazione

Coltivare questa pianta è anzitutto una questione di drenaggio. I suoli sabbiosi o sabbioso limosi, con pH compreso tra 6,0 e 8,0, offrono le condizioni migliori, mentre i substrati compattati e qualsiasi sito soggetto a ristagno rovinano la coltura anche sotto un clima favorevole. La fascia termica ideale si colloca tra i 20 e i 28 gradi Celsius; la pianta tollera minime prossime ai 5 gradi per periodi brevi, ma le gelate prolungate distruggono il tessuto fogliare e di norma uccidono l’individuo. Il pieno sole produce foglie più spesse e compatte, mentre l’ombra parziale dà una rosetta più aperta e un fogliame allungato.

La propagazione commerciale si regge quasi interamente sui getti basali. I polloni formati attorno alla pianta madre vengono staccati quando raggiungono i 15 o 20 centimetri, lasciati all’ombra per uno o tre giorni affinché il taglio cicatrizzi e poi messi a dimora in campo, con percentuali di attecchimento che superano abitualmente il 90 per cento. La semina è poco impiegata, sia per la germinazione lenta sia per la variabilità genetica che ne deriva, indesiderabile in piantagioni costruite sull’uniformità. La coltura in vitro funge da alternativa nei programmi di moltiplicazione di cultivar selezionate.

Nell’impianto in pieno campo il sesto si aggira sui 0,5 o 1,0 metro tra le piante e 1,0 o 1,5 metri tra le file. L’irrigazione a goccia è la più adatta, con apporti distanziati e profondi anziché bagnature frequenti, ed è opportuno mantenere asciutto il fogliame. La sostanza organica incorporata all’impianto migliora la struttura del suolo, mentre l’eccesso di azoto va evitato poiché spinge una crescita vegetativa rapida a scapito dell’accumulo di riserve nel parenchima. Tra i problemi fitosanitari più comuni figurano cocciniglie, acari, antracnosi causata da Colletotrichum e marciumi radicali associati a Fusarium oxysporum e a specie di Pythium, quasi sempre riconducibili a un drenaggio insufficiente.

Fenologia

L’Aloe vera pratica il metabolismo acido delle crassulacee, aprendo gli stomi di notte per fissare l’anidride carbonica sotto forma di malato e rielaborarla il giorno seguente a stomi chiusi. Questo schema riduce drasticamente la perdita d’acqua e detta il ritmo di crescita, che si concentra nei mesi caldi con una minima disponibilità idrica e si arresta quasi del tutto nei periodi freddi o di siccità estrema.

La fioritura comincia in piante di almeno tre o quattro anni e avviene tipicamente a fine inverno e in primavera sotto climi subtropicali, prolungandosi fino all’estate in alcune località. Nelle regioni equatoriali, prive di contrasto termico marcato tra le stagioni, l’emissione degli scapi tende a farsi irregolare e può verificarsi in qualunque momento dell’anno. L’antesi di ogni racemo si estende per due o quattro settimane, con apertura acropeta dei fiori. La maturazione delle capsule, quando arriva a compiersi, richiede altri due o tre mesi. L’emissione di polloni, a differenza della fioritura, prosegue lungo tutto il ciclo vitale e rappresenta la via principale con cui la specie si perpetua in coltura.

Aloe vera: specie affini e possibili confusioni

All’interno del genere, la specie più spesso confusa con l’Aloe vera è Aloe ferox Mill., sudafricana, che sviluppa un fusto eretto fino a tre metri e porta foglie più spesse, con denti maggiori distribuiti di frequente anche sulla faccia fogliare. Aloe arborescens Mill. genera un fusto legnoso ramificato sormontato da rosette minori, con foglie nettamente più strette e ricurve. Aloe maculata All., nota a molti sotto il sinonimo Aloe saponaria, mostra macule bianche persistenti disposte in bande trasversali che non svaniscono mai con l’età, carattere che la separa facilmente dagli esemplari giovani di Aloe vera. Completano la serie dei parenti prossimi di identificazione relativamente agevole Aloe perryi Baker, endemica di Socotra, e Aloe striata Haw., dai margini lisci e privi di denti.

Vale la pena registrare che revisioni filogenetiche recenti hanno smembrato il vecchio Aloe in senso ampio, trasferendo diverse specie note a generi segregati. L’albero faretra del deserto namibiano è passato ad Aloidendron dichotomum, la piccola ornamentale dalla rosetta merlettata è passata ad Aristaloe aristata e la specie dalle foglie tristiche fasciate è passata a Gonialoe variegata. I vecchi nomi in Aloe circolano ancora largamente in orticoltura.

Fuori dal genere, la confusione più abituale riguarda le piante del genere Agave, famiglia Asparagaceae. Le agavi hanno foglie fibrose e assai più rigide, terminate da una robusta spina apicale, e fioriscono una sola volta prima di morire, comportamento monocarpico assente nelle aloe. I generi Gasteria e Haworthia, entrambi imparentati all’interno delle Asphodelaceae, si distinguono per il portamento molto più ridotto e, nel caso di Gasteria, per le foglie disposte in coppie opposte anziché in rosetta spiralata.

Fitochimica

La composizione chimica della specie si divide nettamente fra i due tessuti fogliari principali, e questa separazione è la chiave di lettura di qualunque analisi di laboratorio condotta sulla pianta.

Il parenchima acquifero centrale si caratterizza per la prevalenza dei polisaccaridi, primo fra tutti l’acemannano, un mannano acetilato a catena lunga considerato marcatore chemotassonomico del genere, accompagnato da glucomannani, arabinani e galattani. La frazione non polisaccaridica comprende amminoacidi liberi, enzimi quali catalasi, perossidasi, amilasi e bradichininasi, steroli vegetali fra cui beta sitosterolo, campesterolo e lupeolo, oltre a sali minerali e a livelli bassi di vitamine idrosolubili. Il contenuto d’acqua supera il 98 per cento della massa fresca di questo tessuto.

L’essudato giallo prodotto dalle cellule pericicliche presenta un profilo del tutto diverso, dominato da antrachinoni e dai loro precursori. I componenti più abbondanti sono gli antroni C glicosidici aloina A e aloina B, storicamente designati insieme come barbaloina, insieme a isobarbaloina, aloe emodina, crisofanolo, aloesina e aloeresine. Si tratta di metaboliti secondari la cui funzione ecologica è la difesa dall’erbivoria, e la loro concentrazione varia con l’età della foglia, la stagione e le condizioni colturali.

Sul versante del metabolismo primario, lo schema CAM imprime un’oscillazione circadiana al contenuto di acidi organici del tessuto fogliare, con accumulo notturno di malato e consumo diurno, fenomeno misurabile come variazione del pH del succo cellulare nell’arco di 24 ore.

Quanto alla tossicità, l’essudato giallo irrita il tratto digerente per via del contenuto in antrachinoni, e questo è un rischio attuale e non una semplice nota storica. L’American Society for the Prevention of Cruelty to Animals classifica le piante del genere Aloe come tossiche per cani, gatti e cavalli, e attribuisce i segni clinici osservati alle saponine e agli antrachinoni presenti nella foglia.

Storia ed etnobotanica

Poche piante vantano una documentazione tanto lunga. Le tavolette d’argilla sumeriche del terzo millennio prima dell’era comune menzionavano già preparazioni a base di aloe, e il papiro Ebers, redatto in Egitto intorno al 1550 a.C., riportava formule in cui la pianta compariva fra gli ingredienti. Dioscoride descrisse il materiale vegetale nel De Materia Medica, nel primo secolo, e Plinio il Vecchio annotò osservazioni analoghe nella sua Naturalis Historia. In tutti quei casi il prodotto commerciato era l’essudato essiccato, un solido scuro e amaro ottenuto per sgocciolamento delle foglie tagliate, e non la mucillagine interna, sfruttata industrialmente soltanto nel ventesimo secolo.

L’isola di Socotra funzionò da centro produttivo e da scalo del commercio antico dell’aloe, alimentando le rotte che collegavano l’Arabia al Mediterraneo. Lungo tutto il Medioevo il materiale figurava negli inventari delle spezierie europee e poi nelle farmacopee ufficiali del diciottesimo e diciannovesimo secolo, sempre sotto denominazioni che accostavano il nome della droga al porto d’origine, come attestano le etichette riferite a Socotra e alle Barbados.

L’arrivo nelle Americhe avvenne nel sedicesimo secolo per mano di navigatori e coloni iberici, e la pianta si naturalizzò rapidamente nei Caraibi e nelle zone costiere dell’America tropicale. Alle Barbados la coltivazione su larga scala del diciottesimo secolo fu abbastanza nota da dare il nome a uno dei sinonimi più duraturi della specie. L’interesse industriale per il parenchima mucillaginoso, distinto dall’essudato storicamente commerciato, si affermò solo a partire dalla seconda metà del ventesimo secolo.

Conservazione

L’Aloe vera non dispone di alcuna valutazione globale pubblicata nella Lista rossa dell’Unione internazionale per la conservazione della natura, condizione che la colloca nella categoria delle specie non valutate. Quell’assenza non segnala alcun rischio: la specie è coltivata su scala industriale in decine di paesi e la sua permanenza come taxon vivente non è minacciata da nessuno scenario plausibile.

La situazione normativa, invece, è degna di nota. L’intero genere Aloe, insieme ai generi segregati Aloidendron, Aloiampelos, Aristaloe, Gonialoe e Kumara, figura negli allegati della Convenzione sul commercio internazionale delle specie di fauna e flora selvatiche minacciate di estinzione, con il gruppo iscritto nell’allegato II e una ventina di specie nell’allegato I. L’Aloe vera costituisce l’unica eccezione, essendo stata rimossa dagli allegati nel febbraio 1995 proprio perché l’abbondanza del materiale coltivato rende trascurabile la pressione sulle popolazioni selvatiche.

Le vere preoccupazioni conservazionistiche si trovano altrove. Le popolazioni autenticamente selvatiche della penisola arabica sono scarse, mal delimitate e poco studiate, il che impedisce qualsiasi diagnosi sulla diversità genetica originaria della specie. La coltura commerciale, dal canto suo, poggia su un numero ridotto di cloni moltiplicati per via vegetativa, situazione che restringe la base genetica disponibile e accresce la vulnerabilità a nuovi patogeni. Banche di germoplasma in Sudafrica, in India e in Messico conservano accessioni che aiutano a compensare quel restringimento.

Curiosità

  • La specie è l’unica dell’intero gruppo delle aloe rimasta fuori dagli allegati CITES, condizione ottenuta nel 1995 e mantenuta da allora.
  • Le macule bianche delle foglie giovanili scompaiono con la maturità, il che porta molti a credere di aver comprato una pianta e di essersi ritrovati con un’altra qualche anno dopo.
  • L’epiteto barbadensis, tuttora stampato su innumerevoli etichette, rimanda alle Barbados per via della coltivazione coloniale sull’isola e non per un qualche legame con la sua origine.
  • Il metabolismo CAM fa oscillare l’acidità interna della foglia nel corso della giornata, cosicché un campione prelevato all’alba e uno prelevato al tramonto registrano valori di pH misurabilmente diversi.
  • Poiché il commercio mondiale dipende quasi per intero dalla propagazione clonale, buona parte delle piantagioni di continenti diversi risulta geneticamente molto vicina.
  • Il nome del genere condivide una radice semitica con diverse parole regionali che designano la pianta, tutte legate all’amarezza dell’essudato.

Avviso: questo contenuto è informativo e non sostituisce il parere di un professionista sanitario. Consultare un medico o un fitoterapeuta prima di usare piante medicinali, soprattutto in gravidanza, durante l’allattamento o in caso di assunzione di farmaci.

Riferimenti e studi scientifici

9 Riferimenti Citati

Basato su 9 riferimenti citati (3 Peer-Reviewed, 6 Complementari).

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Studi Scientifici Peer-Reviewed (3)

  1. DOI2013 Grace, O. M., Klopper, R. R., Smith, G. F., Crouch, N. R., Figueiredo, E., Ronsted, N., van Wyk, A. E. A revised generic classification for Aloe (Xanthorrhoeaceae subfam. Asphodeloideae). Phytotaxa, 76(1), 7-14. 2013. ↗
  2. DOI2004 Reynolds, T. (Ed.). Aloes: The Genus Aloe. CRC Press, Boca Raton. 2004. ↗
  3. DOI2016 The Angiosperm Phylogeny Group. An update of the Angiosperm Phylogeny Group classification for the orders and families of flowering plants: APG IV. Botanical Journal of the Linnean Society, 181(1), 1-20. 2016. ↗

Letture Complementari (6)

  1. Burman, N. L. Flora Indica. Cornelium Haek, Lugduni Batavorum, p. 83. 1768. ↗
  2. Linnaeus, C. Species Plantarum, vol. 1. Laurentius Salvius, Stoccolma, p. 320. 1753. ↗
  3. International Plant Names Index. Aloe vera (L.) Burm.f. Royal Botanic Gardens Kew, Harvard University Herbaria e Australian National Herbarium. ↗
  4. Plants of the World Online. Aloe vera (L.) Burm.f. Royal Botanic Gardens, Kew. ↗
  5. CITES. Allegati I, II e III della Convenzione sul commercio internazionale delle specie di fauna e flora selvatiche minacciate di estinzione. ↗
  6. World Flora Online. Aloe vera (L.) Burm.f. ↗
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