Il Chrysanthemum × morifolium è la pianta che quasi tutti chiamano semplicemente crisantemo, un’erbacea perenne della famiglia delle Asteraceae che non cresce spontanea da nessuna parte e che, con ogni probabilità, non lo ha mai fatto. Ciò che si coltiva sotto questo nome è un complesso ibrido costruito dalla selezione umana nella Cina orientale nell’arco di oltre due millenni, attraverso l’incrocio ripetuto di più specie dello stesso genere. Plants of the World Online, del Royal Botanic Gardens Kew, registra la formula ibrida come C. argyrophyllum × C. dichrum × C. indicum × C. nankingense × C. zawadskii, e colloca l’origine dell’insieme nel sud-est cinese.

Questa condizione di ibrido antico spiega quasi tutto ciò che rende la pianta notevole. Il crisantemo conta oltre ventimila cultivar registrate in orticoltura ornamentale, una varietà di forme florali che va dal capolino semplice, simile a una margherita, a sfere di dieci centimetri e alle infiorescenze filamentose dette a ragno, oltre a un genoma esaploide instabile che continua a generare variazione somatica perfino all’interno di una stessa linea clonale. Allo stesso tempo è una delle piante da vaso e da fiore reciso più commercializzate del pianeta, con filiere produttive di peso in Cina, Colombia, Giappone, Kenya e Paesi Bassi, oltre al Brasile, dove la regione di Holambra, nello Stato di San Paolo, concentra buona parte della produzione nazionale.
Questa scheda riunisce la classificazione confermata dall’IPNI e da Plants of the World Online, la vicenda nomenclaturale che ha portato il genere a essere smembrato e poi ricostituito per decisione di un congresso botanico, la morfologia secondo i trattamenti floristici, il comportamento fenologico governato dal fotoperiodo, la conduzione agronomica documentata, la composizione chimica descrittiva dei capolini e la testimonianza storica e culturale della specie in Asia e in Occidente.
Tassonomia
Il nome accettato in Plants of the World Online è Chrysanthemum × morifolium (Ramat.) Hemsl., con identificatore IPNI 77111328-1. L’epiteto morifolium risale a Thomas Albin Joseph d’Audibert de Ramatuelle, che lo pubblicò nel Journal d’Histoire Naturelle, volume 2, pagina 240, nel 1792, mentre la combinazione corrente è attribuita a William Botting Hemsley, che trattò il crisantemo da giardino e i suoi affini negli Annals of Botany nel 1889. La grafia dell’autorità varia da una banca dati all’altra: buona parte della letteratura cita il nome semplicemente come Chrysanthemum morifolium Ramat., e lo stesso IPNI mantiene registrazioni separate per le combinazioni concorrenti. Il segno di moltiplicazione adottato da Kew segnala la natura ibrida del taxon, ed è normale trovare il binomio scritto senza di esso in pubblicazioni agronomiche e orticole.
- Regno: Plantae
- Divisione: Tracheophyta
- Classe: Magnoliopsida
- Ordine: Asterales
- Famiglia: Asteraceae Bercht. & J. Presl
- Sottofamiglia: Asteroideae
- Tribù: Anthemideae
- Sottotribù: Artemisiinae
- Genere: Chrysanthemum L.
- Specie: Chrysanthemum × morifolium (Ramat.) Hemsl., Ann. Bot. 3 (1889)
Sinonimi
La sinonimia è voluminosa, esito di due secoli di descrizioni parallele di cultivar e di due trasferimenti generici in direzioni opposte. Tra i nomi trattati come sinonimi da Plants of the World Online figurano:
- Anthemis grandiflora Ramat.
- Chrysanthemum × hortorum W. Mill.
- Chrysanthemum × sinense Sabine
- Dendranthema × grandiflorum (Ramat.) Kitam.
- Dendranthema × morifolium
- Matricaria × morifolia
La Riclassificazione in Dendranthema e il Ritorno a Chrysanthemum
Poche piante coltivate hanno avuto una vicenda nomenclaturale altrettanto movimentata. Nel corso degli anni Sessanta, le revisioni della tribù delle Anthemideae conclusero che il genere Chrysanthemum, così come era circoscritto all’epoca, riuniva stirpi eterogenee, e la maggior parte delle specie asiatiche fu trasferita in Dendranthema. La conseguenza pratica fu che il crisantemo da floricoltura, una delle ornamentali più scambiate al mondo, passò a essere designato Dendranthema × grandiflorum in cataloghi, norme fitosanitarie e letteratura agronomica dagli anni Settanta agli anni Novanta.
La reazione venne dal settore stesso. Nel 1995 Piers Trehane presentò alla rivista Taxon la proposta di conservare il nome Chrysanthemum con tipo conservato, sostituendo la specie tipo con Chrysanthemum indicum L. La misura fu approvata e ratificata al Congresso Botanico Internazionale del 1999, a St. Louis, restituendo i crisantemi da giardino e da floricoltura al genere originario e spostando in altri generi le specie europee che prima portavano quel nome. Oggi l’uso di Chrysanthemum è ampiamente maggioritario, anche se Dendranthema continua a comparire nella letteratura più datata e in alcune pubblicazioni dell’Asia orientale.
Etimologia
Il nome generico unisce i termini greci chrysos, oro, e anthemon, fiore, in riferimento al colore giallo dei capolini delle specie note a Linneo. L’epiteto morifolium viene dal latino e significa con foglie simili a quelle del gelso, genere Morus, paragone che poggia sul contorno lobato e sulla consistenza del fogliame. In italiano il nome comune crisantemo è calco diretto del nome generico latino e convive a livello regionale con crisantemo di giardino, crisantemo cinese e margherita d’autunno.
Descrizione Morfologica
Si tratta di un’erba perenne eretta o semieretta, che forma cespi compatti e raggiunge dai trenta ai novanta centimetri di altezza nella maggior parte delle cultivar, benché le varietà da esposizione superino il metro e mezzo se allevate con tutori. Nei climi a inverno rigido la parte aerea dissecca e la pianta ricaccia dalla base la primavera successiva; nei climi miti, come in buona parte del territorio brasiliano, il comportamento è semipersistente e il cespo mantiene il fogliame tutto l’anno. La variabilità morfologica tra cultivar è talmente ampia che ogni descrizione va letta come un intervallo e non come uno schema fisso.
Foglie
Le foglie sono alterne e picciolate, con picciolo di uno o tre centimetri e lamina lunga da tre a dieci centimetri e larga da due a cinque, di contorno ovato e incisione pennatolobata con tre o cinque lobi profondi e margine irregolarmente seghettato. La pagina superiore è verde o verde grigiastra, mentre quella inferiore, più chiara, presenta un’indumento di peli sottili che al tatto risulta leggermente tomentoso. Stropicciate, le foglie liberano un odore canforato caratteristico, dovuto all’olio essenziale accumulato nei tricomi ghiandolari, e quell’aroma è uno degli indizi di campo più utili per riconoscere il genere all’interno delle Anthemideae.
Fiori
Quello che il commercio chiama fiore di crisantemo è, in senso botanico stretto, un capolino, l’infiorescenza composta tipica delle Asteraceae, formata da decine o centinaia di fiori singoli riuniti su un ricettacolo convesso e protetti da un involucro di brattee disposte in serie. La periferia è occupata da fiori ligulati, che assumono la funzione visiva dei petali, e il centro da fiori tubulosi del disco. I diametri vanno dai due ai trenta centimetri a seconda della cultivar, e la tavolozza copre bianco, giallo, bronzo, arancio, rosa, rosso, porpora e tonalità verdastre, oltre alle combinazioni bicolori.
Secoli di selezione orticola hanno agito proprio su questa architettura, moltiplicando i fiori ligulati a scapito di quelli tubulosi e generando le classi riconosciute dalle società di orticoltura, tra cui anemone, decorativa, incurvata, pompon, ragno, riflessa e semplice. In molte cultivar doppie i fiori del disco scompaiono quasi del tutto, il che riduce drasticamente la produzione di polline e di semi.
Frutti e Semi
Il frutto è una cipsela, l’achenio caratteristico delle Asteraceae, lungo uno o due millimetri, bruno scuro e privo di pappo cospicuo nella maggior parte delle cultivar. La produzione di semi vitali è scarsa e irregolare, sia per la sterilità parziale legata all’esaploidia sia per la soppressione dei fiori del disco nelle cultivar doppie. In pratica la propagazione sessuata resta confinata ai programmi di miglioramento genetico, poiché la progenie di qualunque cultivar segrega in forme e colori che non riproducono la pianta madre.
Radice e Fusto
Il fusto è eretto, ramificato nella porzione superiore, verde o verde violaceo, coperto di peli sottili biancastri e leggermente lignificato alla base nelle piante adulte. L’apparato radicale è fascicolato e superficiale, concentrato nei primi dieci o trenta centimetri di suolo, il che rende la pianta sensibile tanto alla siccità breve quanto al ristagno idrico. Dalla base partono rizomi corti e stoloni che danno origine a nuovi germogli a ogni ciclo, meccanismo che sostiene la perennità del cespo e fa da base alla propagazione per divisione.
Distribuzione e Habitat del Crisantemo
Trattandosi di un ibrido di origine colturale, il crisantemo non possiede un areale naturale nel senso consueto. Plants of the World Online registra il sud-est della Cina come regione di origine del complesso ibrido, e le specie parentali si distribuiscono nell’Asia orientale continentale e insulare, dall’Himalaya orientale e dal nord dell’Indocina fino a Corea, Giappone, Mongolia e Siberia meridionale. Ogni presenza della pianta fuori da quella fascia deriva da introduzione deliberata.
La diffusione globale è avvenuta in due ondate. La prima, asiatica, portò il crisantemo dalla Cina al Giappone e alla Corea tra l’VIII e il X secolo. La seconda partì dal porto di Marsiglia nel 1789, quando esemplari cinesi giunsero in Francia e, nel giro di pochi decenni, in Inghilterra e nel resto d’Europa, alimentando l’intenso lavoro di ibridazione dell’Ottocento. Oggi la specie è coltivata in praticamente tutte le regioni a clima temperato, subtropicale e tropicale d’altura del pianeta.
Quanto alle esigenze ambientali, la pianta prospera su terreni ben drenati, fertili, ricchi di sostanza organica e con pH compreso tra 6,0 e 7,0, dal livello del mare fino a circa duemila metri di quota. L’intervallo termico ideale per la crescita vegetativa si colloca tra i 17 e i 23 gradi Celsius; oltre i 30 gradi la qualità dei capolini si compromette, e le cultivar da giardino rustiche sopportano gelate moderate con la parte aerea disseccata. Le segnalazioni di naturalizzazione sono rare e localizzate, in genere legate a fughe dalla coltivazione lungo i bordi stradali e su terreni disturbati, senza che la specie compaia in elenchi rilevanti di piante invasive.
Coltivazione
La produzione commerciale poggia quasi interamente sulla propagazione vegetativa, che conserva l’identità della cultivar. Il metodo dominante è la talea apicale, con talee di cinque o dieci centimetri prelevate da piante madri mantenute in regime vegetativo e radicate in substrato leggero sotto nebulizzazione in quattordici o ventuno giorni, spesso con l’aiuto di regolatori di radicazione. La divisione del cespo, eseguita a fine inverno, risponde alle esigenze di giardini e piccoli impianti. La micropropagazione per coltura di meristemi assolve un ruolo specifico e strategico: produrre materiale di partenza esente da virus e viroidi per rinnovare i parchi di piante madri.
La conduzione della coltura combina cimature successive per indurre la ramificazione, concimazione equilibrata con attenzione al fosforo nel passaggio alla fase riproduttiva, irrigazione regolare preferibilmente a goccia e, nelle cultivar a stelo lungo, sostegno con reti orizzontali. Le distanze d’impianto usuali in pieno campo vanno dai trenta ai cinquanta centimetri sulla fila e dai cinquanta agli ottanta centimetri tra le file. In coltura protetta il controllo del fotoperiodo è il perno del sistema: i teli oscuranti accorciano il giorno per indurre la fioritura fuori stagione, mentre l’illuminazione di interruzione notturna prolunga la fase vegetativa, il che consente di rifornire il mercato tutto l’anno.
Tra i parassiti più frequenti figurano la nottua e altri nottuidi dei generi Helicoverpa e Spodoptera, l’aleurodide, la mosca minatrice del genere Liriomyza, l’afide del crisantemo Macrosiphoniella sanborni, specifico della coltura, e il tripide Frankliniella occidentalis, rilevante anche come vettore di virosi. Sul fronte delle malattie spiccano la ruggine bianca causata da Puccinia horiana, organismo da quarantena regolamentato dall’EPPO e da diversi servizi fitosanitari nazionali, la ruggine bruna di Puccinia chrysanthemi, la maculatura fogliare da Septoria, la tracheoverticilliosi da Verticillium e il virus del mosaico del crisantemo. La raccolta per il fiore reciso avviene con il capolino al punto di apertura definito per ciascuna cultivar, mentre quella dei capolini destinati all’essiccazione si esegue a mano, uno per uno.
Fenologia
Il crisantemo è l’esempio classico di pianta a giorno corto, e questa caratteristica organizza l’intero suo calendario. L’induzione fiorale dipende da notti lunghe e scatta quando il fotoperiodo scende sotto le tredici ore e mezza circa, soglia che varia con la cultivar. In condizioni naturali dell’emisfero settentrionale la fioritura cade quindi in autunno, tra settembre e novembre, associazione che ha valso alla pianta il soprannome di fiore d’autunno in diverse lingue. Nell’emisfero australe il picco naturale si sposta tra marzo e maggio.
Dall’impianto della talea all’apertura dei primi capolini trascorrono in media dai novanta ai centoventi giorni. L’impollinazione è entomofila, svolta da api, mosche e farfalle attratte dai fiori del disco, ma la rilevanza ecologica di queste visite si riduce molto nelle cultivar doppie, dove la selezione ha soppresso il disco. La fruttificazione, quando avviene, segue di alcune settimane l’antesi, e la dispersione delle cipsele è anemocora a corto raggio. In termini pratici, la perpetuazione del crisantemo coltivato non dipende né da semi né da dispersori: è clonale e mediata dall’uomo.
Specie Affini e Confusioni
Il genere Chrysanthemum riunisce una quarantina di specie accettate, concentrate nell’Asia orientale e organizzate in due grandi stirpi, il complesso di C. indicum e quello di C. zawadskii. Le specie più rilevanti per capire il crisantemo coltivato sono proprio le sue parentali e contributrici: C. argyrophyllum, C. dichrum, C. indicum, C. lavandulifolium, C. nankingense, C. vestitum e C. zawadskii. Distinguere l’ibrido da queste specie sul campo è difficile e talvolta impraticabile senza analisi citogenetica, dato che la variazione indotta dalla selezione supera quella naturale tra i taxa selvatici. L’indizio più utilizzabile resta la dimensione del capolino, molto maggiore e più pieno nel materiale coltivato, unita a un’origine in coltura e non in popolazione spontanea.
Fuori dal genere, la confusione più comune è di natura storica e nasce proprio dai cambiamenti nomenclaturali. Diverse piante un tempo chiamate Chrysanthemum appartengono oggi a generi distinti: Argyranthemum frutescens, la margherita arbustiva, prima C. frutescens; Glebionis coronaria, prima C. coronarium, le cui foglie si consumano come ortaggio nell’Asia orientale; Leucanthemum vulgare, la margherita dei prati, prima C. leucanthemum; Tanacetum parthenium, prima C. parthenium; e Tanacetum vulgare, il tanaceto comune, prima C. vulgare. Chi lavora con materiale essiccato o con letteratura anteriore agli anni Duemila deve verificare la data e la fonte del nome prima di dare per certa l’identità della pianta, perché lo stesso binomio può indicare specie molto diverse a seconda del periodo.
Non esiste un sosia pericoloso classico per il crisantemo, nel senso di confusione con una pianta violentemente tossica, ma va segnalato che il genere Tanacetum, vicino all’interno delle Anthemideae e simile nell’aroma canforato, comprende specie con un profilo di lattoni sesquiterpenici assai più aggressivo, e che diverse Anthemideae di aspetto affine sono sensibilizzanti per contatto.
Fitochimica
I capolini sono l’organo chimicamente più studiato della pianta e concentrano tre classi principali di metaboliti. I flavonoidi predominanti sono flavoni e i loro glicosidi, in primo luogo acacetina, apigenina, diosmetina e luteolina, accompagnati da derivati come la linarina e la luteolina-7-O-glucoside. Gli acidi fenolici compaiono soprattutto come esteri caffeoilchinici, tra cui l’acido clorogenico e gli acidi 3,5-dicaffeoilchinico e 4,5-dicaffeoilchinico, impiegati come marcatori analitici per il controllo di qualità dei lotti essiccati. Le foglie registrano di norma tenori relativi di acidi fenolici superiori a quelli dei capolini, mentre flavonoidi e olio essenziale si concentrano nelle infiorescenze.
L’olio essenziale è dominato da monoterpeni, con alfa-pinene, borneolo, canfora, crisantenone ed eucaliptolo tra i costituenti ricorrenti, completati da sesquiterpeni come il beta-cariofillene. Le rassegne recenti sul genere catalogano oltre centottanta monoterpenoidi e più di duecento sesquiterpenoidi, comprese lattoni di tipo eudesmanolide, germacranolide e guaianolide, di cui l’handelina è un esempio spesso citato. A questo quadro si aggiungono carotenoidi responsabili di parte della colorazione gialla, in particolare luteina e zeaxantina, e polisaccaridi di parete e di riserva. La composizione varia in modo marcato tra cultivar, tra aree di coltivazione e a seconda del metodo di essiccazione post raccolta, il che limita ogni generalizzazione tratta da analisi isolate.
Storia ed Etnobotanica
La coltivazione del crisantemo in Cina è documentata già dalla dinastia Zhou, e i testi classici lo menzionavano come pianta da giardino e come materia prima registrata negli antichi compendi. Lo Shennong Bencao Jing, compilato tra il I e il II secolo della nostra era, elencava i capolini essiccati sotto il nome di Ju Hua tra i materiali catalogati dalla farmacopea cinese dell’epoca. Sotto la dinastia Song la pianta era ormai oggetto di trattati monografici, esposizioni e classificazioni di cultivar, un’attività che anticipa di secoli l’orticoltura ornamentale europea.
In Giappone, dove giunse intorno all’VIII secolo, il crisantemo fu assorbito dalla cultura di corte con un’intensità senza pari. La festa Chōyō no Sekku, celebrata il nono giorno del nono mese, faceva parte del calendario aristocratico fin dal periodo Heian, e a partire dal periodo Kamakura il crisantemo stilizzato a sedici petali passò a identificare la casa imperiale, uso che sopravvive nel sigillo imperiale e nell’espressione Trono del Crisantemo, impiegata come metonimia della monarchia giapponese stessa. Le esposizioni di kiku hanno consolidato tecniche di allevamento estremamente elaborate, come l’ozukuri, in cui centinaia di capolini si ottengono da un’unica pianta allevata a cupola, e il kengai, che forma la pianta a cascata.
Il percorso occidentale comincia nel 1789, con l’introduzione di esemplari cinesi in Francia da parte del mercante Pierre-Louis Blancard, e prende scala nell’Ottocento grazie al lavoro delle società orticole britanniche e francesi, che registrarono e battezzarono cultivar a migliaia. Nello stesso periodo, in buona parte dell’Europa cattolica e poi in America Latina, il crisantemo si affermò come fiore legato a Ognissanti e alla commemorazione dei defunti, ruolo che spiega i picchi di domanda di inizio novembre nell’emisfero settentrionale e una quota rilevante del calendario commerciale della floricoltura brasiliana.
Sul piano della sicurezza, la pianta contiene lattoni sesquiterpenici e il centro di tossicologia animale dell’ASPCA classifica il genere come tossico per cani, gatti e cavalli, elencando tra i principi tossici lattoni sesquiterpenici e composti di tipo piretrina, con segni che comprendono salivazione eccessiva, vomito, diarrea, incoordinazione e dermatite. Nelle persone, il contatto ripetuto con foglie e fusti provoca dermatite allergica da contatto negli individui sensibilizzati, quadro descritto nella letteratura occupazionale tra floricoltori e addetti alle serre.
Conservazione
Il Chrysanthemum × morifolium non dispone di una valutazione nella Lista Rossa IUCN, situazione attesa per un taxon di origine ibrida ed esistenza esclusivamente colturale, e per questo risulta non valutato. La specie non compare nemmeno negli allegati CITES, e non esiste alcuna restrizione internazionale al suo commercio.
La questione conservazionistica rilevante si sposta su altri due punti. Il primo riguarda le popolazioni selvatiche delle specie parentali, soprattutto all’interno dei complessi di C. indicum e di C. zawadskii, che affrontano perdita di habitat e frammentazione nell’Asia orientale e costituiscono il serbatoio genetico da cui dipende qualsiasi miglioramento futuro. Il secondo è la conservazione ex situ della diversità coltivata stessa, mantenuta in banche di germoplasma e collezioni viventi, poiché le cultivar clonali si perdono con facilità una volta uscite dal circuito commerciale e nessuna banca di semi è in grado di recuperarle. A ciò si somma il costo ambientale della produzione intensiva in serra, con elevato impiego di energia, fertilizzanti e prodotti fitosanitari, tema ricorrente nei dibattiti sulla sostenibilità della floricoltura.
Curiosità
- L’esaploidia del crisantemo coltivato, con 2n pari a 54 cromosomi e aneuploidie frequenti, è una delle ragioni per cui le mutazioni somatiche compaiono con tanta facilità nei cespi. Buona parte delle cultivar commerciali è nata proprio da germogli mutanti individuati e propagati da produttori attenti.
- Nello studio sulla qualità dell’aria condotto dalla NASA nel 1989, in camere sigillate, il crisantemo in vaso figurò tra le piante più efficaci nella rimozione di composti organici volatili. Ricerche successive hanno mostrato che l’effetto è modesto in ambienti reali e ventilati, e il risultato originale resta come curiosità storica.
- Il crisantemo stilizzato a sedici petali identifica la casa imperiale giapponese dal periodo Kamakura e compare sul passaporto giapponese, sul sigillo imperiale e nell’espressione Trono del Crisantemo.
- Lo stesso genere che simboleggia longevità e nobiltà nell’Asia orientale è fiore da lutto in buona parte d’Europa e d’America Latina, contrasto culturale che genera con regolarità malintesi in regali e composizioni floreali.
- Una sola pianta allevata con la tecnica giapponese dell’ozukuri può esibire più di mille capolini aperti contemporaneamente, tutti sostenuti da un unico fusto originario formato nell’arco di quasi un anno.
Avviso: questo contenuto è informativo e non sostituisce il parere di un professionista sanitario. Consultare un medico o un fitoterapeuta prima di usare piante medicinali, soprattutto in gravidanza, durante l’allattamento o in caso di assunzione di farmaci.
Riferimenti e Studi Scientifici
Vedi Tutti i 10 Riferimenti Citati
Studi Scientifici Peer-Reviewed (4)
- DOI2022 Hao, D. C., Song, Y., Xiao, P., Zhong, Y., Wu, P., Xu, L. The genus Chrysanthemum: phylogeny, biodiversity, phytometabolites, and chemodiversity. Frontiers in Plant Science, 13: 973197. 2022. ↗
- DOI Hemsley, W. B. The garden chrysanthemum and its allies. Annals of Botany, 3(4): 487-500. 1889. ↗
- DOI2012 Liu, P. L., Wan, Q., Guo, Y. P., Yang, J., Rao, G. Y. Phylogeny of the genus Chrysanthemum L.: evidence from single-copy nuclear gene and chloroplast DNA sequences. PLOS ONE, 7(11): e48970. 2012. ↗
- DOI1995 Trehane, P. Proposal to conserve the name Chrysanthemum L. with a conserved type (Compositae). Taxon, 44(3): 439-441. 1995. ↗
Letture Complementari (6)
- 2007 Anderson, N. O. Chrysanthemum. In: Flower Breeding and Genetics: Issues, Challenges and Opportunities for the 21st Century. Springer, Dordrecht. 2007.
- ASPCA Animal Poison Control Center. Chrysanthemum. American Society for the Prevention of Cruelty to Animals. ↗
- EPPO Global Database. Puccinia horiana. European and Mediterranean Plant Protection Organization. ↗
- International Plant Names Index. Chrysanthemum × morifolium (Ramat.) Hemsl., registrazione 77111328-1. The Royal Botanic Gardens Kew, The Harvard University Herbaria e Australian National Herbarium. ↗
- Plants of the World Online. Chrysanthemum × morifolium (Ramat.) Hemsl. Royal Botanic Gardens Kew. ↗
- Ramatuelle, T. A. J. d’A. de. Journal d’Histoire Naturelle, vol. 2, p. 240. Parigi. 1792.
