Poche piante erbacee portano con sé una biografia commerciale lunga quanto quella della Nardostachys jatamansi. Si tratta di un’erbacea perenne rizomatosa della famiglia delle Caprifoliaceae, confinata ai pascoli alpini dell’Himalaya e alle catene contigue della Cina sudoccidentale, dove forma cespi bassi tra le rocce e i pendii erbosi oltre i tremila metri. L’organo che l’ha resa celebre resta sepolto: un rizoma corto e all’incirca cilindrico, rivestito da un intrico di fibre bruno-rossastre che sono i resti di vecchie basi fogliari, e che emana un odore legnoso e terroso avvertibile a una certa distanza non appena il terreno viene smosso.

Quel rizoma è il nardo degli antichi, lo spikenard delle traduzioni bibliche inglesi, materia prima di uno degli unguenti più costosi del mondo mediterraneo e merce che attraversava il subcontinente indiano diretta in Egitto e a Roma molto prima che un botanico europeo vedesse la pianta viva. La distanza tra i luoghi di raccolta e i mercati di consumo ha prodotto secoli di confusione sull’identità della specie, una confusione risolta soltanto nella prima metà dell’Ottocento e le cui tracce affiorano ancora nei sinonimi e in nomi commerciali che circolano tuttora.
Quanto segue descrive la pianta e la sua storia, non il suo impiego. La tassonomia segue il Plants of the World Online, dei Royal Botanic Gardens, Kew, con il nome confermato nell’International Plant Names Index; la morfologia deriva dalla trattazione della Flora of China e dalla letteratura floristica himalayana; il registro etnografico compare come storia, al tempo passato. La situazione di conservazione è il punto su cui questa scheda insiste di più, perché la specie è in pericolo critico e la pressione che subisce viene proprio dalla raccolta del rizoma.
Tassonomia
Il nome accettato è Nardostachys jatamansi (D.Don) DC., combinazione pubblicata da Augustin Pyramus de Candolle nel 1830, nel volume 4 del Prodromus Systematis Naturalis Regni Vegetabilis, pagina 624. Il basionimo è Patrinia jatamansi D.Don, del 1825. Fu in quello stesso passo del Prodromus che De Candolle separò il genere Nardostachys dall’insieme delle valerianacee, riconoscendo che la pianta himalayana non trovava una collocazione soddisfacente in nessuno dei generi allora disponibili.
- Regno: Plantae
- Divisione: Streptophyta
- Classe: Equisetopsida
- Sottoclasse: Magnoliidae
- Ordine: Dipsacales
- Famiglia: Caprifoliaceae
- Sottofamiglia: Valerianoideae
- Genere: Nardostachys DC.
- Specie: Nardostachys jatamansi (D.Don) DC., 1830
La collocazione familiare merita una nota. Per quasi due secoli la specie è stata trattata nelle Valerianaceae, ed è sotto quella famiglia che compare nell’IPNI, che registra la famiglia del protologo. La classificazione APG IV ha dissolto le Valerianaceae all’interno delle Caprifoliaceae in senso ampio, cosicché il taxon rientra oggi nelle Caprifoliaceae, sottofamiglia Valerianoideae. Le due letture descrivono lo stesso organismo, e la letteratura recente alterna ancora tra l’una e l’altra a seconda della data e della tradizione della rivista.
Sinonimi
Il POWO riconosce nove sinonimi, cifra alta per una specie di areale così ristretto e spiegabile con il concorso di materiale frammentario giunto in Europa e di popolazioni geograficamente isolate descritte in modo indipendente.
- Fedia grandiflora Wall.
- Fedia jatamansi Wall. ex DC.
- Nardostachys chinensis Batalin (1894)
- Nardostachys gracilis Kitam. (1954)
- Nardostachys grandiflora DC. (1830)
- Nardostachys jatamansi C.B.Clarke (1881), omonimo posteriore illegittimo
- Patrinia jatamansi D.Don (1825)
- Valeriana jatamansi D.Don (1821), nome illegittimo
- Valeriana jatamansi (D.Don) Wall., nome illegittimo
Due di questi nomi circolano ancora come se fossero specie valide. Nardostachys grandiflora DC. fu descritta da De Candolle nella stessa pagina di N. jatamansi ed è sopravvissuta nella letteratura farmacognostica indiana e nepalese per buona parte del Novecento, documenti ufficiali di commercio compresi. Nardostachys chinensis Batalin resta in uso in una parte della letteratura cinese, che la tratta come taxon distinto a distribuzione più settentrionale, e alcuni studi di modellizzazione della distribuzione lavorano tuttora con due specie nel genere. Secondo la trattazione del POWO il genere è monospecifico, ed è questa la lettura adottata qui.
Esiste inoltre un omonimo che non è un sinonimo e che fa più danni di tutti gli altri messi insieme: Valeriana jatamansi Jones, pubblicata nel 1790, è una specie diversa, anch’essa himalayana, anch’essa commercializzata, e l’origine del problema è esposta più avanti, nella sezione dedicata alle specie correlate.
Etimologia
Il nome generico unisce il greco nardos, antica designazione di una pianta aromatica orientale giunta al greco attraverso lingue del Vicino Oriente, a stachys, spiga, in riferimento all’infiorescenza densa e compatta che chiude il fusto fiorifero. La stessa immagine sopravvive nell’inglese spikenard, nell’italiano spigonardo e nel portoghese espicanardo, tutti costruiti sull’idea di nardo a spiga. L’epiteto jatamansi viene dal sanscrito e descrive il rizoma con precisione: jata indica la ciocca di capelli aggrovigliata, la chioma arruffata degli asceti che non tagliano né pettinano i capelli, e la parola restituisce esattamente il feltro di fibre scure che avvolge l’organo sotterraneo.
Descrizione Morfologica di Nardostachys jatamansi
La Nardostachys jatamansi è un’erbacea perenne di taglia ridotta, con rizoma robusto e caudice eretto od obliquo, dal quale si dipartono una rosetta di foglie basali e uno o pochi fusti fioriferi che raggiungono dai 5 ai 50 centimetri di altezza a seconda dell’esposizione e della quota. La pianta è aromatica in ogni sua parte, ma la concentrazione dell’odore nel rizoma è evidente, e l’apparato vegetativo è glabro o soltanto sparsamente puberulo. Il portamento compatto e la rosetta schiacciata contro il suolo sono risposte tipiche alla vita nel piano alpino, dove il vento è costante e la stagione di crescita dura poche settimane.
Foglie
- Colore: verde o verde scuro, senza differenze marcate tra le due facce
- Disposizione: foglie basali in rosetta, foglie caulinari opposte in una o due paia
- Foglie basali: da 3 a 25 centimetri di lunghezza per 0,5 a 2,5 centimetri di larghezza, strettamente spatolate o lineari-oblanceolate, con picciolo di lunghezza vicina a quella della lamina
- Foglie caulinari: sessili o subsessili, oblunghe o ovate, nettamente più piccole di quelle basali
- Nervatura: tre nervature principali, visibili in trasparenza
- Base, margine e apice: base attenuata, margine intero, apice ottuso
Fiori
- Colore: rosa-purpureo, rosa o magenta
- Corolla: campanulata, da 4,5 a 9 millimetri, con cinque lobi largamente ovati od oblunghi di 2-3,8 millimetri, faccia esterna più o meno villosa e talvolta glabra
- Calice: cinque lobi semiorbicolari o triangolari-lanceolati, di norma ciliati, che si accrescono dopo l’antesi
- Stami: quattro, inseriti sul tubo corollino
- Ovario: infero, con un solo ovulo fertile
- Infiorescenza: cime congeste riunite in capolino terminale di 1,5-2 centimetri di diametro, con quattro-sei brattee involucrali lanceolate e ogni fiore sotteso da una propria brattea
Frutti e Semi
- Tipo: achenio, con un solo seme per frutto
- Dimensioni: da 3 a 4 millimetri di lunghezza
- Forma: obovoide, coronato dai lobi persistenti del calice
- Indumento: ispidità bianca, parziale o uniforme, a volte ridotta quasi a nulla
- Calice fruttifero: lobi deltoidi od ovati di 1,5-2,5 millimetri, con nervatura reticolata sporgente e ben visibile
Vale la pena correggere qui un equivoco frequente nei testi divulgativi. Il calice accrescente della Nardostachys jatamansi non forma il pappo piumoso caratteristico di Valeriana e di tante Asteraceae. I lobi restano larghi, membranacei e reticolati, e funzionano più come una piccola vela rigida che come un paracadute di setole.
Rizoma e Fusto
Il rizoma è l’organo diagnostico della specie e la parte che ha sostenuto l’intero commercio storico del nardo. Misura dai 2,5 ai 7,5 centimetri di lunghezza, è allungato e all’incirca cilindrico, di colore grigio scuro o quasi nero all’esterno e più chiaro in sezione, ed è interamente rivestito da ciuffi densi di fibre bruno-rossastre, che sono piccioli e guaine fogliari di stagioni precedenti decomposti fino a lasciare i soli fasci vascolari. Quel rivestimento fibroso è il carattere che consente di separare il materiale autentico dai sostituti nel commercio delle radici essiccate. Il caudice, da cui partono i fusti fioriferi, è corto ed eretto o lievemente obliquo, e il fusto aereo è semplice, senza ramificazioni al di sotto del capolino.
Distribuzione e Habitat
L’areale nativo della specie segue l’arco himalayano e si prolunga verso est fino all’interno della Cina. Il POWO ne registra la presenza nell’Himalaya occidentale e orientale, in Nepal, in Bangladesh, in Assam, in Myanmar, in Tibet, nel Qinghai e nelle province centro-settentrionali e centro-meridionali della Cina. In termini di paesi ciò corrisponde a Bhutan, Cina, India, Myanmar e Nepal, con le popolazioni indiane concentrate in Arunachal Pradesh, Himachal Pradesh, Sikkim e Uttarakhand, e quelle nepalesi distribuite in oltre venti distretti, dall’estremo ovest al Solukhumbu.
L’habitat è alpino e subalpino, tra i 3.000 e i 5.000 metri di quota all’incirca. La pianta occupa pascoli aperti, pendii erbosi indisturbati, affioramenti rocciosi e radure nelle formazioni a ginepro e a rododendro, con preferenza marcata per i terreni ripidi e umidi e per i suoli di tessitura franco-sabbiosa grossolana, ricchi di sostanza organica e ben drenati. Il regime climatico è quello dei monsoni estivi sovrapposti all’inverno alpino, con precipitazioni concentrate in pochi mesi, innevamento prolungato ed escursione termica giornaliera elevata durante la stagione vegetativa.
Non risulta alcuna naturalizzazione della specie fuori dall’areale nativo, né alcun comportamento invasivo in nessuna parte del mondo. L’esigenza combinata di quota, fotoperiodo e freddo prolungato la rende praticamente incapace di sfuggire alla coltivazione, e le prove agronomiche condotte al di sotto della fascia naturale confermano questo limite in modo piuttosto drastico.
Coltivazione
La propagazione avviene per seme o per divisione del rizoma, e nessuna delle due vie è semplice. I semi tollerano male la conservazione: mantenuti a temperatura ambiente perdono vitalità in meno di un anno, mentre la conservazione a bassa temperatura più che raddoppia quel termine. In condizioni controllate la germinazione risponde meglio a temperature intorno ai 15 gradi Celsius con illuminazione continua, e alcune prove hanno registrato miglioramenti con trattamento ormonale ad acido gibberellico. Una profondità di semina di circa mezzo centimetro, in un substrato di terra, sabbia e sostanza organica ben matura in parti uguali, è stata la combinazione che ha reso i risultati migliori in vivaio.
La finestra di semina varia con la quota del vivaio, il che dice molto sulla rigidità ecologica della pianta. Alle quote intermedie i mesi di ottobre e febbraio si sono rivelati adeguati; nell’habitat naturale, oltre i tremila metri, è la semina di maggio ad accompagnare il disgelo. La divisione del rizoma, praticata durante la dormienza, è il metodo più affidabile quando è disponibile materiale di propagazione, purché ogni porzione conservi gemme vitali e un proprio apparato radicale.
Le prove di coltivazione che hanno confrontato tre fasce altitudinali hanno dato un esito inequivocabile: a 2.200 metri e a 3.600 metri la coltura si è rivelata commercialmente sostenibile nella maggior parte dei trattamenti, mentre a 1.800 metri la mortalità è stata totale in tutti quanti. Fuori dalla fascia alpina, dunque, la specie semplicemente non attecchisce, il che spiega perché l’approvvigionamento del mercato abbia continuato a dipendere dalla raccolta spontanea anche dopo decenni di tentativi di domesticazione.
La letteratura su parassiti e malattie è scarsa, probabilmente perché la coltivazione commerciale non ha mai preso scala. I problemi riportati sono quelli prevedibili per una geofita di suolo umido: marciume del rizoma in caso di ristagno prolungato o di drenaggio insufficiente. La pressione biotica più citata nell’habitat naturale non è un parassita agricolo bensì il pascolo, dato che il calpestio e il consumo da parte di mandrie di yak, pecore e capre nei pascoli alpini figurano tra le minacce formalmente riconosciute per la specie. Quanto alla raccolta, il punto critico è che il prodotto è il rizoma, e l’estrazione comporta l’estirpazione dell’intera pianta, con morte dell’individuo e senza ricaccio.
Fenologia
Il ciclo riproduttivo è compresso nella breve estate alpina. La fioritura si colloca tra la fine di giugno e agosto, e la fruttificazione si estende da agosto ai primi di settembre, cosicché la pianta dispone di poche settimane tra il disgelo e il ritorno delle gelate per portare a termine l’intero processo. Fuori da quella finestra la parte aerea scompare e il rizoma resta dormiente sotto la neve.
L’impollinazione è entomofila, dedotta dalla morfologia floreale: corolla campanulata a tubo corto, colore da rosato a magenta, quattro stami e ricompensa accessibile a visitatori dalla lingua corta, un insieme compatibile con lo schema generalista comune nei pascoli alpini himalayani. L’identità degli impollinatori effettivi resta però mal documentata, e per questa specie non esiste uno studio di biologia floreale paragonabile a quelli disponibili per i congeneri europei di Valeriana. Nelle comunità di visitatori floreali dei pascoli alpini di quella fascia altitudinale prevalgono di solito ditteri e imenotteri di piccola taglia, il che suggerisce un sistema poco specializzato, ma l’attribuzione diretta di impollinatori alla specie resta una questione aperta.
La disseminazione degli acheni è anemocora a corto raggio. I lobi calicini accrescenti e reticolati aumentano la superficie del frutto e favoriscono il trasporto da parte del vento, pur senza l’efficienza di un vero pappo piumoso, e l’ispidità bianca della parete del frutto può contribuire a un’adesione occasionale al pelo degli erbivori. L’esito pratico è una disseminazione prevalentemente locale, con formazione di nuclei di popolazione addensati, uno schema che aiuta a spiegare perché una raccolta concentrata su un singolo versante sia in grado di cancellare intere sottopopolazioni.
Specie Affini e Confusioni
Il caso della Nardostachys jatamansi è uno dei più istruttivi della botanica economica, perché la confusione è nata da un errore documentato ed è sopravvissuta a duecento anni di correzioni.
Nel 1790 William Jones pubblicò su Asiatick Researches uno studio dedicato a identificare il nardo degli antichi con una pianta vivente dell’Himalaya. Jones lavorò a partire da una descrizione e da un disegno inviati da terzi, e il materiale che ricevette dal Bhutan con il nome di jatamansi non era la specie giusta, bensì la pianta che sarebbe stata poi conosciuta come Valeriana wallichii. Il nome Valeriana jatamansi Jones rimase dunque applicato al taxon sbagliato. La confusione si aggravò quando Roxburgh pubblicò, nel 1799, una figura che univa il rizoma del vero nardo al fusto e alle foglie dell’altra specie. Individuato il problema, Nathaniel Wallich inviò materiale autentico raccolto nel Kumaon e sul Gosainthan, e David Don lo descrisse correttamente, dapprima come Valeriana jatamansi nel 1821 e poi, in forma validamente pubblicata, come Patrinia jatamansi nel 1825. De Candolle trasferì quel nome al genere nuovo nel 1830.
Le conseguenze pratiche persistono nel commercio delle radici essiccate, dove tre piante circolano sotto nomi vernacolari in parte sovrapposti:
- Selinum vaginatum (Edgew.) C.B.Clarke: nota come bhootkeshi, appartiene a un’altra famiglia, le Apiaceae, ma produce radici di aspetto esterno e odore simili, ed è il sostituto più frequente sui mercati indiani. Una separazione sicura richiede esame anatomico o profilo chimico, tanto è marcata la somiglianza macroscopica.
- Valeriana jatamansi Jones: chiamata tagar o mushkbala, è himalayana come la Nardostachys e condivide con essa diversi nomi popolari, jatamansi compreso. Il carattere più pratico per separarle sta nel rizoma: nella Nardostachys è avvolto dal feltro di fibre attorcigliate delle basi fogliari, mentre nella Valeriana i piccioli sono privi di quel rivestimento peloso. Anche la pianta viva differisce, con foglie cordiformi larghe e infiorescenza a pannocchia aperta anziché a capolino compatto.
- Valeriana officinalis L.: specie europea della stessa sottofamiglia, di taglia assai maggiore, con foglie pennate e ampie cime corimbiformi, senza alcuna possibilità di confusione con la pianta intera, benché materiale essiccato e macinato sia già finito nel commercio.
Sono stati messi a punto metodi analitici proprio per separare le tre, con quantificazione di marcatori mediante cromatografia su strato sottile ad alta efficienza, e i profili ottenuti mostrano che le differenze chimiche tra loro sono ampie abbastanza da servire a scopo diagnostico.
Fitochimica
Il rizoma e la radice concentrano un olio essenziale ricco di sesquiterpeni, ed è questa frazione volatile a rendere conto dell’odore caratteristico della specie. La resa varia parecchio con la provenienza geografica, la quota e il momento della raccolta, al punto che la composizione dell’olio è stata usata per discriminare le origini in studi di profilo chimico.
Tra i sesquiterpeni descritti nell’olio compaiono il jatamansone, indicato anche come valeranone, il nardostacone, il calarene, il guaia-6,9-diene, l’alfa-gurjunene, il beta-gurjunene, il valencene, l’alfa-maaliene, lo spirojatamolo, il seichellene, il seichellano, il nardostacnolo e l’aristolone. Gli alcoli sesquiterpenici beta-eudesmolo, elemolo e patchoulolo appartengono alla stessa frazione. Il profilo quantitativo è variabile, e lotti diversi analizzati per gascromatografia accoppiata a spettrometria di massa presentano componenti maggioritari differenti.
Al di fuori dei volatili, la specie accumula cumarine terpeniche, tra cui la jatamansina e l’oroselolo, oltre al jatamansinolo, allo steroide beta-sitosterolo e alla furanocumarina angelicina. Le analisi di estratti di radice e rizoma registrano inoltre tannini, flavonoidi, composti fenolici in generale, saponine, accanto alle frazioni proteiche e glucidiche attese in un organo di riserva. L’acido valerenico, marcatore classico del genere Valeriana, si trova anche qui, e il confronto del suo contenuto tra Nardostachys jatamansi, Valeriana jatamansi e Selinum vaginatum è stato uno dei parametri proposti per distinguere i tre materiali nel commercio.
La distribuzione dei composti nel corpo della pianta è fortemente asimmetrica. Lavori di trascrittomica che hanno mappato l’espressione dei geni della via dei sesquiterpeni hanno trovato attività concentrata nei tessuti sotterranei, il che concorda con l’osservazione pratica che la parte aerea non ha alcun valore commerciale e che soltanto il rizoma è stato oggetto di estrazione nel corso della storia.
Storia ed Etnobotanica
Il nardo fu uno dei beni di lusso più costosi dell’antichità mediterranea, e la documentazione scritta è abbondante. Dioscoride trattò della pianta nel libro I del De Materia Medica, nel primo secolo, annotando la provenienza del materiale e il modo in cui veniva raccolto sulle montagne d’Oriente. Plinio il Vecchio e altri autori latini menzionarono la sostanza tra le merci orientali di maggior pregio, e l’unguento circolava con i nomi di unguentum nardinum e unguentum nardi spicatae. La scala dei prezzi emerge con chiarezza da un passo di Orazio, che offrì a Virgilio un cado intero di vino, qualcosa come trentasei litri, in cambio di una piccola scatola di onice piena di nardo.
Nei testi religiosi il prodotto compare con lo stesso carico di valore. Il nardo è citato nel Cantico dei Cantici e ritorna nei Vangeli, nella scena in cui un vaso di alabastro contenente l’unguento viene rotto, episodio in cui la stima di prezzo riportata equivale al salario di quasi un anno di lavoro. Le rotte che portavano il materiale dall’Himalaya al Mediterraneo passavano per il nord-ovest del subcontinente indiano e per il commercio marittimo dell’oceano Indiano, e la distanza tra origine e consumo spiega buona parte del prezzo.
Nell’Asia meridionale il rizoma compare nelle compilazioni classiche dell’Ayurveda con il nome sanscrito jatamansi, e anche le letterature tibetana e persiana lo registrarono. Fuori dal contesto medico, di cui questa scheda non tratta, il materiale veniva bruciato come incenso nei rituali ed entrava in composizioni di profumeria, impieghi che si mantennero per secoli e che spiegano una quota rilevante della domanda storica. Nelle regioni produttrici del Nepal e dell’India nordoccidentale la raccolta in quota era un’attività stagionale di comunità di montagna, che salivano ai pascoli alpini alla fine dell’estate, e quell’organizzazione del lavoro è documentata in rilevamenti etnografici e in registri commerciali del periodo coloniale britannico.
Conservazione
La Nardostachys jatamansi è valutata come In pericolo critico nella Lista Rossa dell’IUCN, secondo il criterio A2cd, in una valutazione pubblicata nel 2021. La categoria si fonda sul sospetto di una riduzione della popolazione di almeno l’ottanta per cento nel corso degli ultimi dieci anni, attribuita allo sfruttamento diretto e al degrado della qualità dell’habitat. Poche piante erbacee con un areale così esteso portano una categoria di rischio tanto alta, e la ragione sta nella natura della raccolta.
L’estrazione è distruttiva per definizione. Poiché il prodotto è il rizoma, l’intera pianta viene estirpata, l’individuo muore e nulla di ciò che resta nel terreno ricaccia. Si aggiungano la crescita lenta in ambiente alpino, la disseminazione a corto raggio e la breve vitalità dei semi, e il risultato è una capacità di ripresa molto bassa dopo ogni episodio di raccolta. Intere sottopopolazioni sono già scomparse dalle aree storicamente produttrici, e la specie figura tra le piante più intensamente commercializzate dell’Himalaya indiano. A questo quadro si sommano il sovrapascolo, la perdita di habitat e il disboscamento nelle fasce subalpine di contatto.
La specie è iscritta nell’Appendice II della CITES dal 1997, il che sottopone il commercio internazionale a licenza di esportazione e alla dimostrazione che l’estrazione non pregiudica la sopravvivenza della popolazione selvatica. Il Nepal, principale paese esportatore, opera con quote nazionali fissate nell’ambito delle discussioni del Comitato permanente della convenzione, e sono stati avviati progetti di tracciabilità della filiera con il sostegno di organizzazioni di monitoraggio del commercio di specie selvatiche. India e Nepal mantengono programmi di conservazione in aree protette e prove di coltivazione in quota, la cui efficacia si scontra con i limiti agronomici descritti sopra.
Curiosità
- Il nome italiano spigonardo è una traduzione letterale del binomio greco: nardos più stachys, il nardo a spiga, esattamente la stessa costruzione che ha prodotto l’inglese spikenard e che descrive l’infiorescenza a capolino compatto in cima al fusto.
- L’epiteto jatamansi non descrive il fiore né la foglia, ma l’intrico di fibre che riveste il rizoma. In sanscrito jata indica la ciocca intrecciata degli asceti che non si pettinano, e l’immagine calza con una precisione insolita per un epiteto botanico.
- La confusione di identità durò più di trent’anni e coinvolse quattro dei maggiori nomi della storia naturale dell’India britannica. William Jones descrisse la pianta sbagliata nel 1790, Roxburgh pubblicò nel 1799 una figura che mescolava due specie, Wallich inviò materiale autentico dall’Himalaya e David Don colse infine nel segno nel 1825.
- Una piccola scatola di onice piena di unguento di nardo valeva, secondo Orazio, un cado intero di vino, quantità vicina ai trentasei litri. Il prodotto veniva da versanti a oltre tremila metri di quota, dall’altra parte del mondo conosciuto.
- Il genere Nardostachys è oggi monospecifico secondo il POWO, ma una parte della letteratura cinese continua a riconoscere N. chinensis come taxon separato, e lavori di modellizzazione della distribuzione pubblicati nell’ultimo decennio operano ancora con due specie. La questione non è chiusa.
Avviso: questo contenuto è informativo e non sostituisce il parere di un professionista sanitario. Consultare un medico o un fitoterapeuta prima di usare piante medicinali, soprattutto in gravidanza, durante l’allattamento o in caso di assunzione di farmaci.
Riferimenti e Studi Scientifici
Vedi Tutti i 10 Riferimenti Citati
- Candolle, A. P. de. Prodromus Systematis Naturalis Regni Vegetabilis, volume 4, pagina 624. Parigi, 1830.
- 2026 CITES. Appendices I, II and III. Convenzione sul commercio internazionale delle specie di fauna e flora selvatiche minacciate di estinzione. Consultato nel 2026.
- CITES. National Quota Fixation for Jatamansi (Nardostachys jatamansi) in Nepal. Documento del Comitato permanente, SC71 Doc. 12, Allegato 5.
- Dioscoride, P. De Materia Medica, libro I, capitolo 7. Primo secolo.
- Don, D. Prodromus Florae Nepalensis. Londra, 1825.
- 2011 Flora of China, volume 19, trattazione delle Valerianaceae. Science Press e Missouri Botanical Garden Press, Pechino e Saint Louis, 2011.
- 2026 IPNI. The International Plant Names Index. Royal Botanic Gardens Kew, Harvard University Herbaria e Australian National Herbarium. Disponibile su www.ipni.org. Consultato nel 2026.
- 2021 IUCN. Nardostachys jatamansi. The IUCN Red List of Threatened Species 2021, e.T50126627A88304158. Disponibile su www.iucnredlist.org. Consultato nel 2026.
- Jones, W. The Spikenard of the Ancients. Asiatick Researches, volume 2. Calcutta, 1790.
- 2026 POWO. Plants of the World Online, Royal Botanic Gardens, Kew. Scheda di Nardostachys jatamansi (D.Don) DC. Disponibile su powo.science.kew.org. Consultato nel 2026.
